PERCORSO IBSEN: INTERVISTA A FEDERICA FRACASSI E LUCA MICHELETTI SU PEER GYNT

di Lucia Belardinelli

Prosegue al Teatro Franco Parenti il Percorso Ibsen: nel foyer alto è allestita la mostra fotografica Nient’altro che finzioni, un viaggio sulle tracce di Ibsen in terra norvegese, il 17 maggio assisteremo alla lezione tenuta da Emilio Sala intitolata Il sogno di Peer secondo Edvard Grieg e, infine, vedremo come Federica Fracassi e Luca Micheletti metteranno in scena il Peer Gynt, dal 17 al 20 maggio.

Nel frattempo Luca e Federica ci hanno raccontato qualcosa riguardo a questo loro lavoro…

Peer Gynt nasce per Ibsen come poema drammatico, non destinato al palcoscenico. Come si fa a portarlo sulla scena?

Luca: «Circa dieci anni dopo la stesura lo stesso Ibsen decise di destinare il testo al palco. La prima messa in scena fu di tipo principalmente musicale: Ibsen si trovava davanti un materiale eterogeneo, ampio e stratificato. Fu quindi determinante la figura di Grieg, che compose le musiche per la scena: la musica divenne un coefficiente ordinatore per gli spettacoli. Anche in questo nostro allestimento guardiamo alla partitura musicale».

Come sarà strutturato quindi il vostro lavoro?

Luca: «Riuniamo i temi dell’opera in tre grandi quadri. Tre frammenti per pianoforte e troll, dando una centralità alla dimensione concertistica, che nel nostro caso naturalmente non viene eseguita con una grande orchestra ma con un solo pianoforte. Riuniamo in tre fasi gli istanti cruciali delle tappe esistenziali di questo romanzo di formazione, che corrispondono a tre sottotitoli: Fallire, Mentire, Morire. Una formazione che è una discesa agli inferi, è un viaggio iniziatico di scoperta di sé: tutto parte, come spesso in Ibsen, da un fallimento».

Chi è in questo caso che ha fallito?

Luca: «Il padre di Peer Gynt era un fallito. Lo stesso Peer era destinato a fallire. Alla morte della madre decide di partire per un viaggio intorno al mondo in cui va a rifugiarsi in una realtà fittizia. Visto che non poteva non considerarsi un fallito era diventato un grande mentitore. Peer per ritrovarsi viaggia verso gli antipodi, dal profondo Nord lo troviamo nel profondo Sfud, in Africa».

Dopo il Fallire e il Mentire viene il Morire…

Luca: «Sì. L’ultima parte racconta la morte di un uomo che non ha vissuto fino in fondo. La sua è stata un’esistenza non da uomo ma da troll. I troll sono centrali: anche Peer è un troll si scoprirà nel finale. Per Ibsen un troll è un uomo che non è riuscito a trovare veramente la sua essenza ma che si è fatto bastare quello che la natura gli ha dato, si è accontentato in sostanza. Questo accontentarsi porta Peer a una morte potenzialmente catastrofica: visto che satiricamente tutto è un travestimento del Faust, come nell’opera di Goethe nella quale Margherita salva il protagonista, anche qui l’amore per una donna intangibile, ma salvifica, potrebbe costituire una salvezza remota per questo mentitore, Principe dei bugiardi».

In che corrente letteraria inserireste il Peer Gynt?

Luca: «Ibsen in una sua dichiarazione di poetica, dichiara di voler con la sua opera mutarsi da poeta in fotografo dell’anima umana: il teatro fotografico di Ibsen si esplica attraverso un realismo dell’anima. Una restituzione di eventi interiori, palpitazioni, ricerche spirituali che possono prendere sì, come è stato negli anni della sua maturità e vecchiaia, la forma di drammi post-borghesi, ma anche, e senza contraddizione, la forma di una grande epopea fantastica e fantasmagorica come è Peer Gynt, che del resto, scena per scena, altro non è che un catalogo di piccoli frammenti di drammaturgia borghese. Semplicemente è la sua natura di poema frammentario, eterogeneo e satirico che lo rende qualcosa di imprendibile e un po’ fuori dai generi».

Federica: «La fotografia dell’anima è il leitmotiv in tutto Ibsen. Risulta molto forte l’aspetto filosofico interiore di scavo e di specchio dell’uomo con se stesso, di ricerca. Peer Gynt è, in un primo momento, possibile di una lettura folkloristica, paesaggistica, corale. È un’opera costruita come una cipolla: andando sotto questi primi strati quello che interessa realmente è Peer nel suo viaggio. Altro non è che il cammino di Faust, il cammino dell’uomo: una costruzione che si ritrova poi nei drammi borghesi, dove Ibsen scoperchia gradualmente gli strati per andare sempre più a fondo. Man mano che lavoravamo sentivamo l’esigenza di sintetizzare senza perdere».

Sul palco non sarete soli…

Luca: «Abbiamo costruito un percorso per due attori. I frammenti sono in forma monologica per quel che riguarda i primi due episodi, il monologo della madre prima e poi il monologo di Peer. Gli altri membri della compagnia sono creature performative: un soprano, una danzatrice, un pianista e due performer, uno dei quali è Alessandro Pezzali e l’altro è Lorenzo Vitalone: quest’ultimo ha il compito di mettere in crisi la finzione teatrale».

Continuerete a lavorare su Ibsen?

Luca: «Peer Gynt in se stesso non può che essere un progetto a lungo termine. Adesso debuttiamo con un preludio in forma di anteprima, di primo studio e di prima messa alla prova del palcoscenico dei materiali raccolti in questi anni e sarà verosimilmente una prima tappa di avvicinamento ad una lunga storia».

Per altre info e prezzi cliccate qui.

da Henrik Ibsen

musiche Edvard Grieg

regia Luca Micheletti

un progetto drammaturgico di Federica Fracassi e Luca Micheletti

arrangiamenti e pianoforte Lorenzo Grossi

danzatrice e coreografa Lidia Carew

soprano Anna Roberta Sorbo

e con la partecipazione di Alessandro Pezzali e Lorenzo Vitalone

costumi Antonio Marras

 

produzione Teatro Franco Parenti

 

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