Il Giornale diventa Parlato: intervista a Livia Grossi

di Maddalena Esteri

Dal 15 al 31 maggio, al Teatro Franco Parenti continuano le iniziative dedicate al ruolo civile dell’informazione con il progetto del Giornale Parlato di Livia Grossi: terminati i tre incontri Ricchi di cosa? Poveri di cosa?, incentrati sul rapporto Europa-Africa e alla ridefinizione dei concetti di ricchezza e di povertà, la riflessione prosegue con il coinvolgimento di tre figure importanti del giornalismo italiano, per ritornare a un rapporto giornalista/lettore autentico ed emotivo.

Il giornale può superare i limiti della sua forma scritta per diventare un medium di comunicazione orale, fisica e condivisa?  Il 15, il 24 e il 31 maggio al Teatro Franco Parenti si terranno gli incontri del Giornale Parlato – informazione in scena: progetto ideato e condotto dalla giornalista freelance Livia Grossi. Di cosa si tratta? Noi di Sik Sik l’abbiamo incontrata per scoprirlo.

Il teatro entra da sempre nei giornali come argomento culturale di interesse rilevante, ma raramente succede il contrario, che il giornale (e soprattutto il giornalista) salga cioè sul palco. Cosa apporta il luogo teatrale alla divulgazione informativa?

Il Giornale Parlato nasce dall’esigenza di usare uno spazio di incontro, che può essere il teatro, come una piazza, con l’obiettivo di far arrivare la notizia al lettore in modo profondo, creando una memoria emotiva. Il Giornale Parlato diventa così una modalità di incontro molto informale durante la quale trasformo il palco in una pagina di magazine, e durante la quale giornalista e spettatore si incontrano a cerchio per guardarsi negli occhi: questo permette di far passare l’informazione con una modalità emotiva e condivisa che rimane impressa.

Una discussione a cerchio che fa pensare un po’ agli incontri del ’68…

Si: nel ’68 e negli anni successivi, le persone si incontravano e si riunivano nelle piazze per guardarsi in faccia, con l’obbiettivo di volersi scambiare dubbi, opinioni, con la voglia di raccontarsi. Il fatto che oggi i luoghi di incontro più frequentati sono i centri commerciali fa pensare, perché sembra che le persone non cerchino più spazi e momenti di condivisione, ma piuttosto luoghi dove possano esprimere il loro valore economico. In Burkina Faso ho scoperto un modo di fare e pensare il teatro come uno strumento di trasmissione di consapevolezza e di sapere collettivo: come in un’antica Agorà, il teatro è un luogo di incontro e di informazione utile.

FOTO BURKINA di Emiliano BOGA.jpg
foto di Emiliano Boga

Questo mi ha portato a sviluppare una tesi riportata anche in Ricchi di cosa? Poveri di cosa?: oggi i metodi di misurazione della ricchezza dei paesi potrebbero essere ribaltati, passando dalla misurazione del Prodotto Interno Lordo a quella del Prodotto Interiore Lordo, ovvero misurando quei valori che rendono i paesi veramente ricchi, non solo a livello strettamente economico (valori come la Solidarietà, l’Accettazione, la Condivisione, lo Scambio…). La geografia economica sarebbe in questo modo trasformata completamente.

Qual è il fil rouge che collegherà i temi trattati nei tre incontri?

È la passione civile: oggi fare informazione vera vuol dire fare controinformazione: c’è talmente tanta informazione in giro, che viaggia tra social, in pillole, e che spesso alimenta il fenomeno delle fake news, che i lettori sono perennemente disorientati e non riescono ad approfondire i contenuti. Sembra che più informazione c’è, meno notizie vere ci siano. Nella mia professione, ma anche come cittadina informata, vedo che le persone hanno sempre più bisogno di trovare testimonianze delle quali si possano fidare. Questi tre incontri di Giornale Parlato vogliono così creare una modalità di informazione basata sul valore della testimonianza: a questo proposito ho invitato tre inviati che, mentre io farò da mediatore tra loro e il pubblico, parleranno delle loro esperienze in un’ottica non di celebrazione, bensì di riscoperta dello spessore della professione del giornalista. Il primo è Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera che si occupa in particolare di Medio Oriente e aree di crisi; il secondo è Gabriele Micalizzi, giovane fotoreporter che gira il mondo testimoniando con i suoi scatti la situazione nelle zone di guerra; il terzo è Francesco Battistini corrispondente che ha seguito per lunghi periodi scontri e crisi internazionali. Ho voluto inserire dei giornalisti “tradizionali” all’interno del progetto proprio per dare luce al loro importante ed autentico lavoro.

Ha parlato di fake news: la fisicità del rapporto tra giornalista e lettore/spettatore presente nel Giornale Parlato è un elemento che potrebbe riportare a una credibilità e ad un’autenticità delle notizie?

Assolutamente. Nell’informazione odierna il patto di fiducia e di credibilità viene a mancare, e questo è un peccato perché ci sono tanti giornalisti di spessore.  Per questo, invece di andare avanti verso una comunicazione sempre più digitale, dovremmo fare un passo indietro e tornare a un giornalismo delle origini, dove giornalista e lettore si guardano in faccia. Questo tipo di comunicazione è in contro tendenza rispetto alla tecnologia, ma non la disprezza, bensì ne fa uso in un’ottica più “vera” che passa attraverso il racconto fisico degli inviati: nel Giornale Parlato il corpo viene usato come elemento emotivo e il giornalista diventa notizia dal vivo, con la sua emozione e il suo modo di sentire e vedere.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Negli ultimi anni ho avuto modo di coinvolgere nel progetto del Giornale Parlato gruppi di giovani, e ho trovato queste esperienze molto stimolanti. L’ultima di queste è stato il workshop che ho tenuto all’Accademia dei Filodrammatici ad aprile e a maggio, inserito all’interno del progetto Teatro Utile. Il 4 giugno alle 20:30 nella palestra dell’Accademia dei Filodrammatici andranno in scena i risultati di questo laboratorio, chiamato Quando mi sono sentito “L’Altro” – Storie di quotidiana diversità. Il workshop che ha coinvolto un gruppo di ragazzi per due fine settimana, aveva l’obbiettivo di capire l’altro, il diverso, attraverso esercizi di ascolto etico sia tra i partecipanti, sia con il confronto diretto con chi nella società è considerato “l’altro”, raccogliendo storie presso le diverse comunità di migranti presenti a Milano. Nella prima parte, questo laboratorio si è concentrato sulla produzione scritta di testi editoriali frutto della condivisione delle storie dei partecipanti, per la creazione di una pagina di giornale scritto, nella seconda parte del progetto abbiamo fatto delle interviste creando testi di giornale parlato. Una prova di empatia e ascolto fino alla fine, dato che durante la rappresentazione finale saranno presenti gli ospiti coinvolti nelle interviste. Ecco, nel futuro mi piacerebbe creare una redazione di Giornale Parlato per far si che le notizie diventino vive e siano trasmesse in modo caldo, emozionale e vero: solo quando l’esperienza passa attraverso di te e ti tocca, riesci poi a comunicarla veramente.

Giornale Parlato – Informazione in scena

Ideazione e conduzione di Livia Grossi

Con Lorenzo Cremonesi, Francesco Battistini, Gabriele Micalizzi

Per maggiori informazioni cliccate qui.

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