BICCHIERI DI NEBBIA: FABRIZIO GIFUNI LEGGE GIORGIO CAPRONI

di Roberta Maroncelli

« Una funicolare dove porta,

amici, nella notte? »

Domenica 10 giugno, questa funicolare vi porterà al TFP per la serata di chiusura della rassegna Per amore della poesia, per questa stagione teatrale, con Fatalità della rima. Fabrizio Gifuni legge Giorgio Caproni. 

Fabrizio Gifuni, vincitore del David di Donatello nel 2014, torna al Parenti dopo che, l’anno scorso, aveva incantato il pubblico milanese con la passione feroce del racconto Il Dio di Roserio di Giovanni Testori. Quest’anno, invece, l’attore romano ci accompagna per strade, caffè e luoghi sospesi nella notte, seguendo le parole del poeta livornese Giorgio Caproni (1912-1990). 

Forse il nome di Giorgio Caproni è noto ai più come la causa dello sconcerto degli studenti maturandi 2017, che si sono ritrovati in sede di esame a dover affrontare un autore, allora, sconosciuto. Meglio così – mi perdonino gli ex maturandi – perché questo poeta è uno dei massimi scrittori italiani del Novecento, definito da P.V. Mengaldo come il «Dante degli ascensori, delle scalinate, delle latterie».

La poesia di Giorgio Caproni è infatti un passaggio che si apre su scene apparentemente quotidiane: in una stazione, una donna con un «fagottino» aspetta il treno per «l’ultima destinazione»; all’alba, in una latteria, la cameriera Proserpina «in ciabatte» lava i «nebbiosi bicchieri»; nella carrozza di un treno, i passeggeri chiacchierano e si salutano: «scendo. Buon proseguimento».

Tra colori lattiginosi, densi e nebbiosi, il tempo si ferma, in una sospensione quasi purgatoriale,  liminare tra luce e ombra, dove il reale si trasfigura e diventa metafisico. È una poesia del silenzio, che fissa gli oggetti in un’atmosfera fumosa e che sa di pastello, in una cornice sapientemente studiata in cui si ritrovano quei bicchieri e quelle tazze sbeccate dei quadri di Morandi, avvolti da un pulviscolo vibrante. 

E non è un caso che questa sospensione si realizzi nella musicalità e semplicità della parola. Caproni racconta infatti di essersi avvicinato alla poesia «di striscio», iniziando a studiare composizione al Conservatorio; dopo aver suonato per orchestrine da ballo, lascia cadere la musica, per concentrarsi esclusivamente sul paroliere. L’abbandono della musica, in realtà, non è che apparente: la melodia si imprime nella metrica e le parole dipingono scene e atmosfere, in una ricerca di essenzialità espressiva, di «rime non crepuscolari, ma verdi, elementari».

Concisione, ma anche estrema delicatezza: persona umile, maestro di scuola elementare e molto affezionato alla madre, Anna Picchi, Caproni la ricorda nella sua poesia, con il nome di Annina, più come una fidanzatina: 

«Per lei voglio rime chiare, (…)

rime coi suoni fini

(di mare) dei suoi orecchini.

O che abbiano, coralline, 

le tinte delle sue collanine».

La guerra, tuttavia, incide profondamente nel suo animo e sulla sua scrittura. La frase si accorcia, il ritmo diventa spezzato e una sensazione di rabbia e impotenza fa breccia: «a Dio/io Gli spacco la Faccia». I confini si fanno labili, la luce acceca, il buio disorienta e la parola diventa impotente.

Questa domenica, le frontiere si accorciano, le poesie nebbiose di Giorgio Caproni si fanno corpo e voce grazie a Fabrizio Gifuni, per una serata sospesa: la vita si fissa sulla pagina, in una apparente tranquillità e nel disegno di una solitudine incantata. «Quindi il nostro viaggio dove porta?»

«In luoghi che non conosciamo».

 

Parole non tradite (non tradotte). Un invito a sviluppare l’arte dell’ascolto che appartiene all’essenza più profonda della poesia.

Domenica 10 giugno alle 21

Sala Grande

Per maggiori informazioni cliccate qui.

 

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