La buona educazione: è ancora possibile comunicare?

di Michele Iuculano

La Piccola compagnia Dammacco porta in scena al TFP l’ultima tappa della Trilogia della fine del mondo con La buona educazione, che mette a tema e interroga lo spettatore su uno dei nodi centrali della società contemporanea: la comunicazione o, meglio, la possibilità o meno di comunicare e di trasmettere qualcosa, condividere il nostro essere più profondo e le nostre solitudini.

Il buio e le note dell’Ave Maria di Schubert – Maria, la madre per eccellenza – introducono lo spettatore nel salotto della casa di una zia, mai stata madre e volutamente (a suo dire) felicemente estranea a qualsiasi rapporto significativo. La prima impressione trasmessa dalla scenografia di Stella Monesi è quella di una casa in cui mobili “vecchio stile” si sono accumulati nel tempo, come vecchio stile, rigido e fasciato, è il costume della protagonista, immediato rimando a qualcosa di superato o cristallizzato nel tempo.

La zia – che significativamente non avrà un nome, ma un ruolo parentale, come tutti gli altri personaggi evocati nel monologo, quasi a indicare un valore universale dei diversi componenti di una famiglia – appare in una posa scomoda, pur essendo sul divano di casa propria.

È così che il corpo di Serena Balivo accoglie lo spettatore: la rigidità accentuata dal vestito è la cifra del personaggio, particolarmente evidente nei piccoli spostamenti che marcano il passaggio da una situazione all’altra. È poi la volta della voce: bassa e cadenzata, ma, al tempo stesso ricca di sfumature, soprattutto nella resa dei passaggi tra il discorso e le riflessioni interiori e sempre supportata dall’intensità dello sguardo; la voce, che dà vita alla drammaturgia di Mariano Dammacco, e la narrazione sono le vere protagoniste. La zia si rivolge direttamente al pubblico per tutto lo spettacolo raccontando, in una sorta di flusso di coscienza per quadri («una radiografia dell’anima», per citare il testo), la propria storia recente che parte dalla solitudine, tenacemente perseguita per tutta una vita, alla forzata convivenza con un nipote adolescente, che si trasferisce da lei in seguito alla morte della madre.

La solitudine della protagonista si popola prima dei fantasmi dei genitori e della sorella, che spesso le fanno visita durante la notte per rimproverarla, poi della presenza del nipote, con il quale passo a passo entra in relazione.

Le luci, per lo più basse e calde, marcano i diversi passaggi della narrazione come del mondo interiore della protagonista; anche la scenografia rivela, in quello che a prima vista sembrava solo un accumulo di mobili, silhouettes antropomorfe che richiamano i personaggi evocati.

I quadri narrati attraversano lo specifico della situazione (le pratiche per l’affidamento legale, le valutazioni della psicologa), ma soprattutto la banalità del quotidiano del rapporto tra un adulto e un adolescente: la scuola, l’isolamento in casa dovuto alle apparecchiature elettroniche, un presunto primo amore, le passioni sportive … Cifra comune di tutta la narrazione è una costante ironia che rende il racconto piacevole e lascia scivolare con leggerezza le critiche sociali che di volta in volta emergono dal testo.

È nel quotidiano che si gioca il tema centrale dell’opera: la comunicazione. Quelli della zia e del nipote sembrano o sono due mondi lontanissimi, a partire dai registri linguistici: lei colta e ironica, lui che usa solo i verbi all’infinito in sporadici e sintetici scambi, come tipico degli adolescenti.

Il contrasto generazionale è un topos della difficoltà di comunicazione, soprattutto nella critica età del nipote, ed è attraverso questa difficoltà che l’isolamento si estende a tutti i personaggi evocati, chiusi nei propri mondi; non è un caso che la drammaturgia metta in scena le figure quasi archetipiche della famiglia, che dovrebbero essere la culla degli affetti, per affermare il contrario.

In questo panorama di chiara incomunicabilità alla scenografia reale e alle molte ambientazioni evocate si aggiunge l’attraversamento di alcune città, inserite come piccoli apologhi poetici che trasportano la protagonista dalla solitudine, al silenzio, alla città delle emozioni, «che non danno la felicità», dice la zia, ma che sembrano aprire uno spiraglio e creare un contatto, così viene definito «felice» il ricordo di infanzia dei profumi e dei sapori della parmigiana di melanzane, che sembrano gettare un ponte tra madre e figlia (con un breve momento di commozione evidente anche nell’attrice, oltre che nel personaggio) che si estende anche alla relazione zia e nipote.

Senza rivelare nulla sul finale, rispetto al pesante problema contemporaneo dell’incomunicabilità, è da notare come il provare a seguire e comunicare le proprie emozioni, come imparerà a fare la protagonista, possa rappresentare almeno un punto di domanda rispetto alla possibilità che in generale una comunicazione sia possibile, se non verbale, comunque emotiva. Punto di domanda che anche la Compagnia lascia nel proprio programma.

ideazione, drammaturgia e regia Mariano Dammacco
con Serena Balivo
spazio scenico Mariano Dammacco e Stella Monesi
produzione Piccola Compagnia Dammacco / Teatro di Dioniso

Per maggiori info cliccate qui.

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