La follia? Il farmaco dell’esistenza

di Beatrice Salvioni

Le persone normali mi fanno paura. Sono quelle che si sono rassegnate a farsi scorrere addosso la vita senza porsi domande, senza alzare la testa dalla propria limitata visione del mondo, sono quelle che mentono a se stesse. Perché la verità è che tutti gli uomini sono folli. Alcuni sono prigionieri della propria pazzia, altri la prendono per mano come una vecchia amica. Solo chi ne ha consapevolezza può essere libero.

E Pirandello lo sapeva bene.

I suoi personaggi sono creature frammentarie, incrinate, che sollevano la testa dalla corrente della vita per provare a respirare ma che si ritrovano con il fiato spezzato, schiacciati dall’inesplicabile caos dell’esistenza.

Il caos è l’essenza della realtà e in quanto tale non può che essere sconnesso, distorto, incomprensibile. Bisogna accogliere il caos, accettarlo quale unica verità del mondo. “Io sono figlio del caos” diceva di sé Pirandello. E non solo in senso metaforico: nato a Caos, località vicino ad Agrigento nel 1867 (proprio quest’anno ricorrono i 150 anni dalla nascita), ha consacrato la propria opera all’elogio del caos, quasi un arcano richiamo alle origini.

Il caos è vita: solo nel disordine che precede l’inizio del mondo si possono pensare l’esistenza e la creazione come forze libere e autentiche. Tentare di combattere il caos o di assoggettarlo è un’impresa destinata all’insuccesso e che uccide la vita. Le uniche vie di fuga sono la fantasia e la follia.

Carlo Cecchi accoglie l’invito di Pirandello, abbraccia il caos e, tramite la mediazione di uno dei suoi testi più noti, Enrico IV, ne plasma uno spettacolo ironico e tragico, sorprendente nella sua modernità. Il rapporto tra Cecchi e Pirandello è quello che lega una coppia sposata da anni che litiga e bisticcia senza ritegno, che contesta ogni scelta dell’altro ma che condivide un amore vero, spassionato ed eterno. Carlo Cecchi interviene sul testo Pirandelliano con una drastica riscrittura: non lo tradisce ma lo interpreta, lo sviscera e lo interiorizza, gli dona una nuova vita.

Il protagonista, impersonato dallo stesso Cecchi, è un uomo che vive aspetti diversi della follia: prima ne è preda a causa di una caduta da cavallo durante una sfilata in costume storico in seguito alla quale si convince di essere il vero Enrico IV, imperatore di Germania dell’XI secolo. Poi la sceglie, abbracciando la propria menzogna nonostante sia da tempo rinsavito, per “ridersi entro sé degli altri che lo credono pazzo”. Infine è costretto a indossare per sempre la maschera del folle per sfuggire a una realtà che lo condannerebbe.

La pazzia diventa così la sua unica realtà assumendo le forme di una via di fuga dal mondo. La follia, che era stata prima la sua prigione e poi il suo diletto, diventa infine il suo unico rifugio. Sottrarsi alla vita è l’unica salvezza possibile, l’unico modo che i personaggi di Pirandello hanno per realizzare se stessi.

Nell’Enrico IV Pirandello porta alle estreme conseguenze l’idea della maschera che ognuno di noi indossa nella vita quotidiana, dei fili di marionetta che ci legano i polsi, della falsità e della menzogna dei sorrisi di chi ci circonda.

Allora forse meglio fingersi folle perché quella di Enrico è una pazzia cosciente, dotata di consapevolezza e persino di bellezza. Non come quella del mondo, che non si lascia dominare, nella quale gli uomini ostentano una normalità che non possiedono, come marionette prive di senso.

 

di Luigi Pirandello
adattamento, interpretazione e regia di Carlo Cecchi

con Carlo Cecchi, Angelica Ippolito, Gigio Morra, Roberto Trifirò
Dario Iubatti, Federico Brugnone, Remo Stella, Chiara Mancuso,

Matteo Lai, Davide Giordano

scene di Sergio Tramonti
costumi di Nanà Cecchi

assistente alla regia Dario Iubatti

 

Da venerdí 17 a domenica 26 novembre 2017

 

 

 

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