JOHN ZORN: UN RITRATTO DELLA MUSICA CONTEMPORANEA

Intervista a Maurizio Principato

di Roberta Maroncelli

 

Appuntamento alla biblioteca di Porta Venezia per le 12.30 (elastiche). Arrivo e mi apposto nella sala studio. Mi raggiunge in bicicletta Maurizio Principato, giornalista radiofonico di Radio Popolare, lascia una borsa piena di dischi/video/libri in biblioteca e ci sediamo su una delle panchine a chiacchierare. Parliamo della rassegna Contemporary Portraits che ha realizzato in questo mese al Teatro Franco Parenti e che si chiuderà lunedì 12 dicembre con l’ultimo appuntamento “Do what thou will: l’universo musicale John Zorn”.

In questi incontri ci ha raccontato la storia di David Bowie, Leonard Cohen, Philip Glass; ora è il turno di John Zorn, lunedì 12 dicembre alle ore 20.30.

Maurizio fa gustare la serata: maniche della camicia arrotolate, voce intensa e rilassante, sul palco si prende il suo tempo, il suo ritmo, camminando e commentando foto o video. Con ironia e delicatezza fa entrare il pubblico nella vita dei musicisti ma soprattutto nella loro musica. E la rende semplice, non scontata, raggiungibile anche per chi, come me, non è esperto, ma appassionato. Ci riesce perché la musica è un canale universale: a volte difficile sì, ma un mondo che si apre, se ci viene data la chiave della porta. Alla fine delle sue serate si esce da teatro incuriositi; durante il tragitto verso casa si continua a pensare a quanto visto e ascoltato. Lascio quindi che la musica e Maurizio parlino per sé.

 

John Zorn, musicista poco conosciuto: perché sceglierlo a chiusura di questa rassegna?

John Zorn è un artista sperimentale, dei nostri tempi e molto amato all’interno di una certa nicchia di ascoltatori di musica jazz. Valeva la pena fare un tentativo, provare ad avvicinare alla sua musica chi non la conosce. In che modo? Proiettando qualche video dove suona dal vivo, raccontando la sua storia. Il racconto delle biografie è interessante: è bello apprenderle e raccontarle perché crea tutto il contesto intorno al musicista e chi ascolta può restarne affascinato. Facciamo qualcosa per chi è meno conosciuto e che apra a percorsi, conoscenze interiori, anche di piacere. La musica, una volta superate certe barriere, è piacevole e veramente gratificante.

 

Da una formazione canonica al free jazz, dalla musica classica contemporanea al rock; cosa lo porta a sperimentare generi così diversi?

Credo che Zorn abbia lo spirito dell’autodidatta: non ha mai seguito un unico filone e non si è mai sentito parte di un certo ambito musicale. Inizia come professionista nei primi anni ‘70, dopo aver studiato al conservatorio di Saint Louis. Con il suo bagaglio culturale e il sassofono, torna a New York e si esibisce un po’ ovunque: sul pianerottolo di casa, nei negozi da barbiere, nelle palestre. Entra nei locali underground, che davano spazio anche a gente come lui. Inizialmente fa musica d’avanguardia ma a metà degli anni ’80 conquista visibilità con il disco “The Big Gundown”, rilettura inedita di Ennio Morricone. Comincerà poi percorsi provocatori, inserendo anche la sofferenza. Il suo modo di suonare il sassofono spesso è sopra le righe, urlato: è l’urlo della sofferenza, derivato anche da problemi di salute avuti da giovane. Il suo metodo è creare un rapporto di scambio con i suoi musicisti preferiti per ampliare il proprio vocabolario espressivo; come quando ci piace una persona e cerchiamo di conquistarla.

 

Cosa l’ha avvicinato alla sua musica?

Mi piaceva la sua musica sin da quando un amico nel ’90 mi fece ascoltare alcune cose (allora facevo il programmatore, era un’altra vita, però seguivo la musica, suonavo): mi piaceva questo suo modo strano di fare musica, molto energico, a volte rumorosissimo. Zorn ha fatto anche cose veramente inascoltabili, ma ci ho sempre trovato una grande onestà intellettuale e questo mi sembrava veramente bello e esemplare. Periodicamente Zorn rimane affascinato da un progetto e non si limita a fare un disco, ma apre un cantiere creativo, che si tratti della musica tradizionale ebraica, del noise, della musica classica contemporanea o di musica da ballo. Credo che non abbia mai fatto disco music, ma se gli girasse potrebbe (ridiamo, ndr).

 

Perché è entrato nel suo mondo?

Nel tempo, ogni tanto lo ascoltavo, l’avevo visto dal vivo in diverse occasioni e, meno di dieci anni fa, ho deciso di “tirare un filo” e riprendere in mano questo personaggio che c’era sempre stato. Proposi a un editore di fare un libro su di lui perché non ne esisteva uno. Ci ho lavorato due anni, ho ascoltato tutto quello che potevo, ho comprato tante cose ma non tutto, perché 1200 album era al di sopra delle mie possibilità e non avrei saputo dove metterli (ride ndr). Ho passato il tempo a scrivere e a studiare, perché nella sua musica mette moltissimi riferimenti alla religione ebraica. Ho pubblicato la biografia della sua opera omnia fino al 2011, “John Zorn. Musicista, compositore, esploratore”, casa editrice Auditorium di Milano. Gli feci avere una copia tramite un amico musicista e mi scrisse congratulandosi per aver fatto un libro che non parlasse di gossip, ma di musica e quindi un libro che nessuno avrebbe comprato. (ridiamo, ndr) (da notare però che è andato esaurito ndr).

 

Cosa ha imparato da John Zorn?

Quello che ho appreso da questo personaggio, quello che mi piace di un certo tipo di compositori, come Philip Glass, Leonard Cohen, Frank Zappa, è che hanno avuto il coraggio di fare la loro strada e sono stati abbastanza bravi da riuscire a guadagnarsi da vivere, e anche bene, con la loro musica. Non è facile: vuol dire fare i compositori, lavorare con gli altri, essere manager di se stessi, passare il tempo costantemente concentrati sul lavoro. Questo è quello che fa Zorn, i suoi figli sono i prodotti musicali che realizza e i parenti sono i musicisti con cui lavora. Ovvio, non è David Bowie, quindi se lo si fa a teatro non ci può essere la stessa affluenza, ma tutte le persone presenti alla serata si porteranno a casa qualcosa. Questo è fondamentale.

 

Elettra- Quattro donne nella musica contemporanea”: la prossima rassegna al TFP. Di cosa si tratta?

È un ciclo di incontri, sempre storytelling, con musica e video, dedicato a donne che hanno avuto e hanno valenza basilare nella musica. Elettra perché fa pensare al demone che spinge gli artisti a creare, all’essere elettrici. Abbiamo scelto quattro artiste, con caratteristiche molto diverse: Patti Smith, per la musica underground; Laurie Anderson, orientata alla sperimentazione; Bjork, esempio di coraggio musicale; Meredith Monk, perché artista totale. La cosa importante è che chiunque venga sia poi invogliato a riscoprire. Come “Mad Rush”, il solo di pianoforte di Philip Glass, che ho fatto ascoltare: di tutti i pezzi era il più lungo, eppure dopo un po’ si entrava in quel brano che si ripeteva con piccolissime variazioni, impercettibili. A un certo punto si finiva dentro il gorgo. Questo deve succedere: abbandonarsi alla musica.

 

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