Risveglio a trent’anni: intervista a Sonia Bergamasco

di Roberta Maroncelli

 Un’età, un periodo ma soprattutto un racconto: Trentesimo anno (1961) è il racconto della poetessa, giornalista e scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann (1926-1973) di cui si fa interprete Sonia Bergamasco, portandoci nel trentesimo anno di un ragazzo sopraffatto dalla vita, dal 15 al27 novembre al Teatro Franco Parenti.

Intrappolato in un mondo ormai statico, il giovane protagonista realizza di aver sempre vissuto in modo superficiale e di dover dare valore nuovo alle cose: è l’inizio di un viaggio in luoghi in cui ha vissuto e dove non si ritrova più, un viaggio di riconquista di sé, accompagnato dal linguaggio vibrante della Bachmann.

Un racconto, ma anche un’età: un periodo con cui la stessa autrice si è dovuta scontrare quando decide di abbandonare la poesia per dedicarsi alla prosa, iniziando proprio da Trentesimo anno, tratto dall’omonima raccolta.

Un numero tondo, quello dei trent’anni, che spaventa perché cerca un confronto e vuole delle risposte. Le abbiamo chieste alla protagonista di questo viaggio teatrale, Sonia Bergamasco. D’altronde il monito della Bachmann nelle lezioni Letteratura come Utopia esortava: «Ma noi poniamole, invece [le domande]. E facciamolo in modo che esse riacquistino in futuro un carattere vincolante».

Noi ci proviamo.

 

Come ha conosciuto l’autrice e poetessa austriaca?

Ho cominciato molto presto a leggere Ingeborg Bachmann, attraverso la sua poesia prima ancora che attraverso i suoi racconti, saggi e romanzi. In effetti, la poesia è la “prima voce” della Bachmann, che ancora ventenne si impone sulla scena letteraria europea con una lingua nuova, musicale, potente.

Perché ha scelto il racconto Trentesimo anno?  Cosa l’ha colpita di più in questo testo?

È un racconto teso, un flusso ininterrotto di pensiero. Affronta il momento, nella vita di una persona, in cui qualcosa di spezza. Il momento della caduta, della crisi, del dubbio. È un viaggio nei giorni della vita di un uomo che affronta un anno in cui tutto è nuovo, difficile, senza nome. La Bachmann ci guida alla ricerca di nuove parole per raccontare se stessi e il mondo. Il trentesimo anno ci mette di fronte – e mi ha messo di fronte- alla necessità di non accontentarsi del già visto e del già vissuto, all’insegna di una ricerca coraggiosa, delicata e incessante.

Nel racconto, il protagonista realizza di essere imprigionato in quelle che la Bachmann definisce «etichette». In generale, crede che oggi sia possibile liberarsi dai conformismi?

È una “lotta” quotidiana! E riguarda ciascuno di noi. Si tratta di mettersi sempre in ascolto, secondo me. Prima di tutto in ascolto di se stessi. Solo così si può, eventualmente, essere in grado di ascoltare davvero gli altri.

Per lei la musica è estremamente importante: che scelte musicali ha fatto per riprodurre il linguaggio della Bachmann, così denso, schietto, elegante e poetico? 

Amo la Bachmann principalmente perché è un’autrice che propone, impone una lingua. «Non c’è mondo nuovo senza una nuova lingua», ci dice. E questa sua lingua, incisiva e musicale, vive anche nella traduzione italiana su cui ho lavorato, che è quella proposta da Magda Olivetti per l’editore Adelphi. Una lingua essenzialmente musicale, dunque.

«Da sempre era stato spinto a cercar protezione nella bellezza, nella contemplazione». Con queste parole Bachmann descrive il protagonista in Piazza San Marco, a Venezia, incantato dai riflessi di luce nell’acqua. Quanto è rilevante la ricerca della bellezza nel suo lavoro?

È l’aspirazione. Il desiderio costante. Ma l’idea di bellezza non è (per fortuna!) un valore assoluto. Rimane quindi un’aspirazione, un viaggio lungo una vita.

 

liberamente tratto dal Trentesimo anno
di Ingeborg Bachmann
traduzione Magda Olivetti
un’idea e con Sonia Bergamasco
produzione Teatro Franco Parenti / Sonia Bergamasco

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