Lo strano caso dell’uomo ucciso e poi intervistato

di Ginevra Isolabella della Croce

Tanto applaudito da venir riproposto a distanza di poco tempo, Lo straniero. Un’intervista impossibile torna dal 24 al 27 maggio sul palcoscenico del Teatro Franco Parenti.

Il reading-spettacolo, diretto da Roberta Lena e interpretato magistralmente da Fabrizio Gifuni, ha origine da un’idea del Circolo dei Lettori di Torino per il centenario della nascita di Albert Camus (1913).

Già cimentatosi con successo in ardimentose letture – da Gadda a Pasolini, da Carmelo Bene a Giovanni Testori – nella (non) cornice di una scenografia inesistente, bloccato in una selva di microfoni e riflettori e intervallato da brani ispirati al testo originale mixati in scena dal musicista/dj G.U.P. Alcaro, Gifuni dà voce a Meursault, protagonista e narratore in prima persona de Lo straniero di Camus, nonché l’estraneo per eccellenza della letteratura del Novecento.

Ma cosa significa ‘intervista impossibile’? Fatta a chi? Da chi? E per chi?

Da un aldilà in cui non ha mai creduto, Meursault torna sulla Terra in cui non si è mai riconosciuto per raccontarci gli ultimi mesi della propria vita attraverso le parole di Camus pronunciate da Gifuni. Ed è così che il grande estraneo comincia a prendere forma, ad abitare – forse per la prima volta – uno spazio; ad appoggiarsi – anche se per poco – al nostro tempo; a essere uno di noi, o meglio a comparire proprio attraverso noi che lo ascoltiamo. Ma non allo stesso modo dei giurati o del pubblico accalcato e sudaticcio presenti al processo che l’ha portato alla pena di morte; né dei concittadini di Algeri che lui immaginava gli avrebbero fatto compagnia, in punto di morte, con grida di odio.

Se dunque non siamo qui per tirare un amaro respiro di sollievo nell’assistere alla morte del capro espiatorio del mondo moderno, colui che la Giustizia degli uomini ha definito mostro, campione di immoralità da condannare per aver sepolto la propria madre, perché, per tutta la lettura, ci sentiamo coinvolti?

Se Lo straniero parla dell’essere avulso del singolo dal tutto – da se stesso al senso comune, alla giustizia, al vivere (ragionevole) del mondo e degli altri, da che parte stiamo noi? Siamo forse tanti Meursault? O siamo gli altri che questa volta per lui provano compassione? Meursault non cerca la pietà di nessuno e il suo modus vivendi è faticoso da comprendersi agli occhi dei più: non sceglie, tutto semplicemente gli capita. Di responsabilità, di colpe non può quindi averne, non trovando dentro di sé alcuna legge morale. Ed è proprio la legge a punirlo, non tanto per aver ucciso un arabo sulla spiaggia con cinque colpi di pistola, ma per una presunta menomazione congenita, per la mancanza del cuore e l’insensibilità mostruosa che ne deriva.

Si potrebbe trovare, fra le lettere che compongono la parola Meursault, un richiamo a alla madre (mère) o alla morte (mort) o al mare (mer) e al sole (soleil) o all’esser solo (seul), elementi che ritornano più volte nella vicenda del protagonista. Cosa rappresenta il sole se non la ragione illuminata, lo strumento concesso all’uomo per mettere a tacere l’istintività dell’animale ed esaltare la civiltà dell’umano? Così, mentre la sera è una tregua malinconica che conduce ai sonni e ai sogni innocenti da cui ci si risveglia con le stelle appoggiate sugli occhi, il giorno rovente dell’estate stende su ogni cosa la tinta rossa del suo fuoco che si fa nostro sangue.

Meursault è l’uomo senza Dio, che vive così della successione di piccole azioni quotidiane senza gerarchie di valore. Tuttavia non perde mai il contatto con se stesso e con gli altri nel suo tentare di capire e analizzare le ragioni di ogni azione compiuta e di ogni cosa detta, calcando l’accento su una serie di ‘perché’ esplicativi.

LO STRANIERO, 
un’intervista impossibile
Reading tratto da L’Etranger di Albert Camus
con Fabrizio Gifuni
suoni
 G.U.P. Alcaro
ideazione e regia Roberta Lena

costumi Roberta Vacchetta
Produzione Circolo dei lettori di Torino

Hashtag ufficiali: #gifuni #reading #camus

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