Franco Parenti raccontato ai ragazzi: intervista ad Andrée Ruth Shammah

In occasione del centenario dalla nascita di Parenti, due classi del Collegio San Carlo (la 5^A del liceo classico e la 5^B del liceo scientifico) hanno avuto l’opportunità di conoscere il teatro Franco Parenti, visitarlo e sperimentare la disponibilità verso i giovani da parte di chi vi organizza gli spettacoli. Le studentesse e gli studenti che hanno partecipato al progetto colgono l’occasione per ringraziare Andrée Ruth Shammah per averlo reso possibile e per avere risposto alle loro domande. 

Qual era la visione del teatro secondo Franco Parenti?

Franco Parenti insisteva sul fatto che la cultura teatrale poteva e, anzi, doveva essere divertente. Per questo in quell’epoca combatté contro gli insegnanti tradizionali, sostenendo che il teatro non potesse essere studiato solo sui testi, ma andasse appreso soprattutto sperimentandone la “teatralità” e vivendolo in prima persona. Questo perché il teatro non è ripetibile: ogni sera è completamente unica, cambia il pubblico e come gli attori recitano. 

Quindi quali tipi di spettacoli amava mettere in scena, e per che tipo di spettatore?

Noi viviamo e parliamo con il pubblico e dunque il pubblico è l’unica cosa che, alla fine, determina la buona riuscita di uno spettacolo, anche se a volte gli spettatori non capiscono tutto e ci sono tanti livelli di comprensione diversi. Un osservatore esperto, ad esempio, che conosce il testo e sa perché l’autore è stato messo in scena in un certo modo, interpreterà uno stesso spettacolo diversamente rispetto a uno spettatore occasionale. Una distinzione di pubblico era presente anche un tempo tra le diverse realtà teatrali milanesi: il Piccolo Teatro era un luogo di incontro della borghesia, di spettatori con la pelliccia che vivevano il teatro come uno svago serale e che richiedevano quindi un tipo di spettacolo coerente con questa modalità; il teatro Pier Lombardo, invece, aveva un pubblico allenato, preparato e interessato a un teatro impegnato. Questo per dire che Franco Parenti, credendo nell’importanza di opere apparentemente di nicchia, ha valorizzato un materiale a volte considerato minore dai più.

Potrebbe condividere con noi il ricordo più significativo che ha di Franco Parenti? Qual è l’insegnamento più grande che le ha lasciato?

I grandi maestri non sono quelli che ti insegnano qualcosa, ma sono quelli dai quali si impara, sono due cose diverse. C’è chi ti spiega tutto il possibile e tu non impari niente, c’è chi invece vive e agisce in un modo che rimane impresso e ti segna. Ti accorgerai poi che questo ha cambiato il tuo modo di pensare. Dunque, diciamo che Franco Parenti non si comportava da maestro in senso didascalico però, standogli vicino e comprendendo il suo modo di ragionare e di “fare teatro”, mi ha insegnato la dizione, a sillabare, a mettere la matita in bocca… Certamente uno degli insegnamenti più importanti di Franco è stato quello di non mollare il colpo solo perché qualcosa sembra difficile da realizzare. Pensate che una volta abbiamo fatto uno spettacolo di Cechov ed è andato male ma, anche se altri autori erano più popolari, lui lo amava e ha voluto metterlo in scena lo stesso. Perché? Perché Franco lo paragonava a un bambino che aveva delle difficoltà: non andava abbandonato solo perché non aveva avuto successo. In questo modo si può imparare la differenza fra il successo e l’importanza che qualcosa ha per te.

Qual era l’etica del teatro per Franco Parenti?

Il racconto di questo episodio può sicuramente rispondere a questa domanda. Malgrado Franco avesse un tumore al cervello andava in teatro perché doveva fare uno spettacolo, Il processo di Kafka. Non stava bene ma non potevamo sostituirlo perché sarebbe stato come dirgli che non sarebbe più guarito. Però lui, spontaneamente, a un certo punto ha detto: «Basta, un teatro serio mi dovrebbe sostituire, voglio il mio sostituto». Era una situazione molto imbarazzante: rimpiazzarlo in quel momento voleva dire che non avrebbe più fatto niente. In Franco la dimensione etica del teatro era più forte di qualsiasi cosa: questa è un altro insegnamento che ho appreso da lui, ma anche da Paolo Grassi e Giorgio Strehler. Mi hanno fatto capire che il mondo del teatro “vero” non ha mai separato il modo di stare in teatro da un’etica di questo stare. Nessuno però mi ha mai detto esplicitamente come fare, solo stando vicino a queste persone e attraverso il loro esempio si eredita questo valore. Le azioni sono molto più forti delle parole; i comportamenti sono il vero punto di arrivo, non le parole pronunciate. E così era Franco, non un maestro nel senso tradizionale del termine. Per me oggi parlare di Franco significa riflettere sugli insegnamenti che ci ha lasciato in eredità.

In che modo Franco Parenti ha valorizzato, nel suo modo di lavorare, anche quello che per un altro attore sarebbe stato un punto debole?

Franco, sebbene facesse l’attore, aveva poca voce, ma con questa ha fatto miracoli perché ci lavorava molto. Quando la voce non ha un’estensione meravigliosa in grado di aiutare, un attore cerca la profondità, l’incisività. Inoltre, anche se il suo fisico non era eccezionalmente avvenente, si è ricavato un suo spazio grazie allo studio, trovando un repertorio particolare e creandosi una cultura di volontà, di intelligenza e di spessore. 

Lei ha iniziato a lavorare nel mondo del teatro quando era molto giovane. Com’è stato lavorare in questo ambiente nuovo? Con quali lavori ha iniziato? Ha qualche consiglio da darci per trovare la nostra strada? 

Quando ho iniziato a lavorare al Piccolo Teatro, ero una ragazzina. Paolo Grassi mi chiamava “prezzemolo” perché ero ovunque: stavo con i tecnici, contattavo i giornali per la rassegna stampa e nel frattempo mi occupavo anche della regia dell’Amleto. Facevo tutti i lavori possibili in teatro: la promozione, le locandine… a pensarci ancora adesso era davvero incredibile. In quegli anni lo facevo perché era necessario che qualcuno se ne occupasse: non ci si poteva tirare indietro. Vorrei perciò darvi questo consiglio: imparate a dire di sì, anche se è scomodo e difficile perché è importante essere presenti ed essere disponibili. È giusto dire anche no ma bisogna saperlo dire per occasioni e scelte molto più importanti. Non bisogna perdere troppo tempo a chiedersi se ciò che mi viene chiesto sia da fare, se mi appartenga nel profondo. Meglio piuttosto agire, provare.

Lavorando con Franco Parenti, vi è mai capitato di avere idee divergenti? Se sì, questo ha aiutato o penalizzato la realizzazione degli spettacoli? 

Io e Franco abbiamo avuto molte divergenze, anzi moltissime. Credo che i nostri litigi  siano stati molto faticosi e dolorosi, come tutte le divergenze, ma oggi penso che mi siano serviti. Se sei costretta a stare in una condizione che non ti è naturale, poi magari impari qualcosa che non avresti appreso in nessun altro modo. Per concludere, credo che le nostre divergenze siano state molto forti sul palcoscenico. 

Quindi sono state anche e soprattutto le divergenze a far nascere e poi a trasformare il teatro in quello che è oggi?

Come sapete questo teatro compie 50 anni l’anno prossimo. Franco Parenti lo ha vissuto solo dal 1972 al 1989, indubbiamente però la strada che è stata imboccata ha avuto la possibilità di essere portata avanti solo perché era quella giusta. I conflitti, quando sono in buona fede, aiutano: ci si chiarisce e si arriva a una conclusione; tuttavia evitare conflitti irrilevanti è fondamentale per non perdere tempo. Ci sono delle volte in cui devi annuire e accettare e altre in cui devi difendere una tua opinione: se qualcuno è più forte e tu subito rinunci alla tua idea, non ti farai mai un carattere. Nello stesso tempo penso che tu debba difendere una cosa se ti appartiene profondamente oppure qualcosa che hai molto maturato, non la prima stupidaggine da contrapporre a chi ne sa molto di più, perché questo allora non serve a nulla. È come discutere con un insegnante: se gli parli di qualcosa che ti riguarda e che conosci bene lei o lui ti ascolterà perché capirà che sei ben informato su quello che stai dicendo.

Com’è stato crescere e diventare a sua volta “maestra”?

Una delle lezioni del teatro è legata alla parola “fatica”: quando mi ha conosciuta, Franco mi ha detto che per imparare a fare il teatro dovevo ricopiare le commedie, un po’ come si vede nel film di Martone Qui rido io dove Scarpetta diceva ai suoi figli illegittimi che era il modo giusto per imparare quell’arte. Ricopiando commedie perfette risulta subito chiaro come non ci sia mai una parola di troppo, anche se trascriverle interamente stanca e annoia a lungo andare. Dovevo però arrivare fino in fondo, non c’era alternativa; all’inizio non capivo il perché ma lo facevo comunque. Quando stimi una persona fai quello che ti dice anche se non la comprendi perché poi arriverà un giorno in cui tutto ti sembrerà chiaro. Ora che sono più grande assumo l’atteggiamento di maestra perché penso di avere qualcosa da dire per aiutare gli altri a crescere a loro volta. Franco Parenti e questo teatro sono un esempio di coraggio, di libertà, di anticonformismo. A Milano siamo stati la prima compagnia a gestire un teatro, non lo aveva mai fatto nessuno. Abbiamo combattuto delle battaglie enormi senza paura. Questa forza me l’ha sempre data lui, e riusciva a trasmetterla anche a questo teatro. Oggi tutto ciò è ancora valido, altrimenti non avrebbe senso parlare del centenario di Franco Parenti.  

Vi aspettavate il successo che avete avuto? Ci sono mai state delle difficoltà che avete dovuto affrontare? 

Non abbiamo avuto successo subito e non sono mancati problemi di incassi. Pensa che l’ultimo spettacolo che Franco Parenti ha fatto era il Timone d’Atene, una meraviglia assoluta, abbiamo messo persino gli inviti in tutte le caselle dei condomini intorno al teatro ma non è venuto nessuno. Un’altra volta è capitato che una signora ci dicesse “Basta fare rumore, state disturbando!”; io ho risposto “Signora qui venivano a morire e a drogarsi i ragazzi, preferiva questo?” e lei ha detto “Sì, perché almeno morivano in silenzio”. Qualche volta Franco Parenti è stato perfino attaccato dalla critica perché “diverso”, era un comunista anticonformista, originale all’interno del suo stesso partito. Adesso, da un po’ di anni, il teatro Franco Parenti è rifiorito nonostante i problemi economici che ci sono stati. Questa è la sua forza: malgrado le difficoltà, è andato avanti lo stesso. Vi racconto questo altro episodio, molto interessante, relativo ad Ariane Mnouchkine, una grande regista di Parigi che è venuta tante volte a Milano. Ho visto dei suoi spettacoli stupendi mentre Les clowns l’ho trovato bruttissimo. Dopo la serata mi raggiunse e disse: “Non è buono ciò che ha visto ma mi servirà molto per il prossimo spettacolo”. Aveva sperimentato qualcosa che poi avrebbe usato tantissimo nella rappresentazione successiva: fu un trionfo. Come un amore sbagliato che porta a quello giusto. Ecco, un altro fatto, parlando di insegnamenti e di sofferenza provata da qualcuno che avrebbe preferito avere i teatri pieni, ma senza rinunciare alle proprie idee: Franco Parenti si metteva in gioco e lui, da attore comunista ateo, aveva voluto rappresentare un testo di Paul Claudel, autore molto cattolico. Questa scelta fu criticata, a me però insegnò un’altra grande lezione: lui non recitava sempre la stessa parte sapendo di avere successo come molti attori, ma cercava sempre di soddisfare le sue curiosità sul palco. Il teatro è un’indagine della vita.

Come veniva affrontato il rapporto tra il teatro e i giovani ai tempi del Salone Pier Lombardo e di Franco Parenti?

Franco Parenti credeva moltissimo nei giovani, perciò faceva un discorso molto duro ma molto importante all’inizio di ogni spettacolo. Andava al pubblico dicendo: “Il dissenso esiste, potete non essere d’accordo, ma se non volete essere qui a teatro è il momento di alzarvi perché non disturbiate”. Poi si rivolgeva alle insegnanti chiedendo loro di autorizzare gli alunni ad andarsene, perché non avrebbe accettato che qualcuno disturbasse gli altri spettatori. Questo discorso gli veniva così bene che i ragazzi coglievano l’importanza dell’essere lì in quel momento e decidevano di restare. Lui era sicuro che, se fosse stato un buono spettacolo, i giovani sarebbero rimasti una volta iniziato; per questo era importante specificarlo all’inizio. Franco non ha mai creduto che imparare dovesse essere noioso, un sacrificio sì, ma mai noioso.

Come avrebbe risposto Franco Parenti ai problemi della società odierna?

Il problema di tutti noi oggi è quello di chiedersi continuamente quale sia il posto giusto per ciascuno di noi. È forse pigrizia il trovarmi bene in una certa condizione, perché mi sembra il mio posto? Dovrei invece forse sforzarmi e uscire dalla comfort zone? Tutti questi sono i grandi problemi delle scelte della vita. Ecco, Franco era sicuramente al suo posto, non c’era ambiguità o incertezza a riguardo. 

Cosa pensa del teatro digitale adottato in vista della pandemia? 

Secondo me ci sono tre modi di fare teatro a distanza. Il primo consiste nel realizzare bei video con un linguaggio autonomo, servendosi dell’espressività dell’immagine. Il secondo è lo streaming, per chi non può essere in sala, in modo da ricreare tutte le sensazioni del teatro: non è, infatti, una ripresa video con linguaggio autonomo, ma una telecamera che vede tutto ciò che succede in sala. Si sentono le risate della platea e, se succede un incidente, lo si nota: non è un prodotto bensì una serata documentata, una diretta. Infine, esiste il teatro fatto apposta in uno studio, che ha una funzione di divulgazione. Tutte queste forme innovative non potranno mai sostituire il vero e proprio teatro in sala, dal vivo, però sono davvero grata, per esempio, alla Rai e a Paolo Grassi per aver scelto di registrare tutto il teatro di Eduardo De Filippo per chi, come voi, non potrà mai vederlo recitare dal vivo. Non penso che il teatro in presenza morirà mai perché, nonostante le sue svariate crisi, esiste dall’antica Grecia: questo indica che probabilmente in esso c’è qualcosa di insostituibile. Con ciò non voglio però svalutare la grande risorsa del digitale. Senza la Rai voi non potreste vedere Franco. Come parleremmo di lui altrimenti?

In merito a questo, quale ritiene possa essere il valore aggiunto che uno spettacolo teatrale dal vivo ha rispetto a una trasmissione televisiva?

Il teatro è sempre una questione di piccoli numeri, cosa che gli permette di conservare una dimensione intima, a differenza dei grandi numeri che guardano la tv, della quale spesso ci rimane poco o niente. Una serata a teatro ti lascia qualcosa dentro: è come un sasso gettato nell’acqua che crea cerchi concentrici di significato. 

Esiste un’opera, un libro, un quadro o un personaggio, che le ricorda Franco Parenti?

Senza dubbio pensando a Molière vedo Franco perché ha fatto tanti spettacoli di questo autore. Mi immagino i personaggi di Molière proprio come li faceva lui! Anche quando leggo i testi di Testori penso a lui. 

Per concludere, come vorrebbe che fosse ricordato ancora oggi Franco Parenti?

Quello che vorrei trasmettervi è che parlare di Franco significa descriverlo come uomo libero e anticonvenzionale. Quando andava ai festival dell’unità recitava gratis perché pensava fosse il suo dovere, a differenza di tutti gli altri attori che chiedevano una paga altissima. Aveva le caratteristiche che servono in certi precisi momenti storici, come quello che stiamo vivendo e, proprio per questo, parlare di lui serve a noi oggi. Ad esempio, la prima volta che si è parlato apertamente della mafia è stato nel nostro teatro. Infatti, Franco cercava sempre di portare qualcosa di nuovo e, anche quando inizialmente la proposta non piaceva, lui persisteva, si accaniva per portarla al successo. Adesso non so cosa direbbe dei social, probabilmente non crederebbe a tutto questo, non per un discorso anagrafico, ma perché ne vedrebbe già la fine. Aveva una vivissima intelligenza e si è fatto da solo, dato che la vita non gli ha regalato niente. Tutte queste sue caratteristiche sono molto preziose. Se trent’anni dopo la sua morte noi siamo ancora qui a parlarne, significa che c’era qualcosa in lui che andava oltre il successo di qualche spettacolo, tanto da rimanere nell’aria ancora oggi. Se, quindi, è vero che un luogo vive degli spiriti che lo occupano, io credo che al Teatro Parenti ci sia sicuramente quello di Franco.

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