“È gradita la camicia nera”: Paolo Berizzi presenta il suo ultimo libro

di Mattia Rizzi

«Papà, chi è Berizzi?». Lo ha chiesto una ragazzina di undici anni dopo aver visto un filmato in cui alcuni signori, in attesa di una fotografia, anziché dire «cheese» pronunciano il nome di Paolo Berizzi, cronista da anni impegnato a denunciare il mondo neofascista e unico giornalista italiano a essere sotto scorta per le minacce dell’ultradestra. Sono le immagini del servizio-inchiesta di «Fanpage.it» Lobby Nera, che ha dimostrato i legami dell’estrema destra con alcuni politici milanesi, e la ragazzina è la figlia di Francesco Cancellato, direttore della testata che ha realizzato l’indagine. Al Teatro Franco Parenti, durante gli incontri di Milano bookcity e in occasione della presentazione di È gradita la camicia nera, Berizzi, autore del libro, dialoga con Cancellato. Modera Maurizio Molinari, direttore di «Repubblica».

Perché dedicare un volume a Verona, «la città laboratorio dell’estrema destra tra l’Italia e l’Europa»? Perché il capoluogo veneto è l’archetipo di quel mondo estremista dove si verifica la saldatura di sistema tra i gruppi neofascisti, la destra di palazzo e quella galassia tristemente variegata di ultra-cattolici, anti-abortisti e odiatori seriali. È la specola privilegiata da cui poter osservare un fenomeno che, da una semplice provincia, può diventare modello per altri movimenti europei.

Secondo molti, i fascisti non sono pericolosi perché rappresentati da percentuali elettorali dello zero virgola, ma chi li sottovaluta non ricorda che questa accozzaglia violenta è aspirata da forze di partito a doppia cifra. Se poi un certo tipo di politica irresponsabile ha deciso di girare la faccia dall’altra parte e ha negato l’esistenza dei neofascisti, ciò ha contribuito alla normalizzazione del fascismo del passato, autorizzando i giovani a sentirsi liberi di inneggiare a Hitler o a Mussolini. Non a caso oggi la destra si trova davanti a un bivio: o diventa liberale, democratica e aderente alla nostra Costituzione, che è antifascista e antirazzista, oppure resterà schiacciata su posizioni sovraniste, speculando sulla paura e facendosi interprete di istanze discriminatorie.

Berizzi si prende un po’ in giro: «Qualcuno ha detto che sono ossessionato dai fascisti. E forse ha ragione». Noi intanto non dobbiamo dimenticare che il lavoro svolto dai professionisti dell’informazione come lui è una straordinaria lezione di democrazia e un punto di riferimento sempre più attuale in una società che soffre di una grave perdita di fiducia nei confronti del giornalismo.

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