Caduto fuori dal tempo: intervista doppi a Elena Bucci e Marco Sgrosso

di Camilla Pelosi

Ci sono dolori indicibili: perdere un figlio è uno di questi. David Grossman è riuscito a scriverne. 

Caduto fuori dal tempo è il romanzo in cui lo scrittore israeliano riflette sulla perdita del figlio: Elena Bucci e Marco Sgrosso lo hanno adattato per il teatro e ci hanno raccontato cosa significa mettere in scena un viaggio attraverso la morte verso lo spiraglio di una luce nuova.

Il tema centrale di questo testo è il dolore sommo, quello che proviene dalla perdita di un figlio. Come siete riusciti a trasferire moti dell’animo così forti dalla carta alla scena?

Bucci: Questa è la grandissima sfida che attraversa sempre il teatro, ogni volta che si affronta un testo. Con Grossman c’è stata un’immediata consonanza. L’autore ha avuto fiducia nella nostra trasformazione del testo attraverso il fare stesso teatrale. È molto difficile spiegare come questo avvenga. È un equilibrio fatto di tanti “concreti” particolari e tante astrattissime magie: una porta che si apre e si chiude nel momento giusto, il ritmo delle battute, un certo tipo di movimento. Scelgo quello che mi sembra più vero. Ogni volta il processo creativo ricomincia da capo e quello che si è imparato dalle esperienze precedenti serve a individuare errori e vicoli ciechi, ma non esiste una “ricetta” sempre valida. 

Sgrosso: Il trasferimento dalla carta alla scena è sempre molto delicato, perché scrittura e recitazione sono due processi creativi profondamente diversi. In primo luogo, la scrittura ha un tempo di elaborazione più dilatato e dunque lascia spazio a correzioni in corso d’opera. Invece, durante la preparazione di uno spettacolo, eventuali aggiustamenti possono essere apportati esclusivamente durante le prove e soprattutto il prodotto finale sfugge a un completo controllo, perché consiste in ciò che si materializza sulla scena. La sfida più grande che abbiamo affrontato è stata quella di non cadere nel retorico o nell’enfatico, rispettando tuttavia il messaggio originale dell’autore: un interminabile canto di dolore. Inoltre, mentre Grossman parla di un’esperienza vissuta, noi parliamo di un’esperienza filtrata, in quanto non abbiamo vissuto in prima persona la perdita di un figlio. Da una parte, questo è sicuramente un aspetto positivo: non abbiamo corso il rischio di cadere nell’autobiografismo; dall’altra, abbiamo fatto ricorso alle perdite di ciascuno di noi per capire a fondo questo testo. 

Il libro di Grossman presenta una struttura molto particolare, composta da tante voci e nessun vero narratore, un po’ come i tragici greci o i poemi omerici. Per mettere in scena questo testo, strettamente contemporaneo, vi siete ispirati a modelli classici?

Bucci: Quando attraversiamo l’arte per condividere un dolore e trasformarlo, la parola guida è catarsi ed è radicata nel mistero della tragedia greca, che non abbiamo conosciuto e che non riusciamo a comprendere fino in fondo. L’idea dell’unione tra tragedia e festa può essere solo sfiorata da noi contemporanei, non del tutto afferrata. La lezione dei classici ci ha insegnato a immergere la parola nella musica; tuttavia, non possiamo parlare di modelli veri e propri. Suggestioni molto antiche coesistono con elementi estremamente contemporanei. Come avviene a volte nelle nostre città, in scena vediamo case solitarie abitate da piccoli nuclei isolati, persi nel freddo e nella nebbia, che ritrovano il senso della comunità nel cammino attraverso il dolore. Dunque, il senso profondo della tragedia si mischia a contemporanee immagini metropolitane.

Sgrosso: Il testo di Grossman è una sorta di cantico dove grandi lamentazioni vengono affidate di volta in volta a identità differenti, tutte accomunate dalla perdita del figlio e dalla ricerca di trasformare questo dolore in luce. Le battute non restituiscono una dinamica di situazione o di conflitto e l’ambientazione è del tutto astratta, proprio come nel coro greco. Questo ci ha permesso di racchiudere lo spettacolo in tre voci: la mia, quella di Elena e quella della fisarmonica che ci accompagna. Le nostre voci, maschile e femminile, rappresentano gli archetipi del Padre e della Madre; nella parte finale dello spettacolo, esse si uniscono in un universale canto dell’anima. 

Gli attori hanno messo in scena dei dialoghi, ma non sembra esserci ascolto reciproco tra le parti. Il dolore è dunque incomunicabile? 

Bucci: Solo alla fine dello spettacolo i personaggi iniziano ad avanzare insieme: all’inizio il dolore li chiude in se stessi. La trasformazione del dolore avviene durante il cammino finale, dove la sofferenza individuale sfocia in un comune sentire. Non c’è discussione sul dolore: può esserci confronto, comunicazione, ripetizione di ciò che è accaduto, ma la comunione, la catarsi, si sente e non si spiega. Tanto la percepiamo emotivamente, quanto siamo incapaci di definirla a parole.

Sgrosso: Il comune sentire dei viandanti non esclude del tutto l’incomunicabilità. Arrivati a un certo punto del proprio percorso nel dolore, il motivo per cui vi si è giunti non ha più importanza. Toccato il muro, i mondi dei vivi e dei morti si fondono e tale esperienza non lascia spazio alle parole.  Solo attraverso la scrittura ci può essere una conservazione e un’elaborazione della memoria in modo che chi abbiamo perso resti eternamente con noi.

La scenografia è minimale, scolpita attraverso sapienti giochi di luci ed ombre. Che ruolo gioca lo spazio e come vi è venuto in mente di articolarlo in questo modo?

Bucci: L’idea della scenografia è maturata in me già mentre leggevo il libro; nella fase di realizzazione abbiamo apportato solo aggiustamenti e correzioni a una visione iniziale incredibilmente nitida: quella di un muro che rivela e non nasconde, una lastra luminosa attraverso la quale accediamo a quel “laggiù” di cui parla Grossman nelle prime pagine. Creando immagini con la luce, abbiamo costruito una struttura duttile, capace, nella sua semplicità, di adattarsi a spazi diversi. La scenografia è composta da pochi elementi, ma dotati di grandi capacità di rifrazione, a seconda di come si interagisce con essi. 

Sgrosso: L’elemento spaziale è sempre fondamentale in scena. Seguendo la lezione del nostro grande maestro Leo De Berardinis, lo spazio teatrale per noi non è l’interno di una stanza in cui si svolge una scena, ma un insieme di elementi scelti in quanto necessari a fornire livelli di significato ulteriori rispetto a ciò che viene detto dagli attori. Lo spazio creato da Elena per questo spettacolo è mutevole perché mutevole sono le situazioni che si susseguono: verso la fine, la scenografia, già astratta, comincia a decomporsi, fino a ridursi a pura luce.

Il dolore dolcissimo e straziante che ci propone Grossman colpisce perché ci tocca nell’intimo, eppure scaturisce da una tragedia universale: il testo, infatti, è stato scritto a seguito dell’uccisione in guerra del secondogenito dell’autore. Possiamo rintracciare una dimensione politica?

Bucci: Certamente. Il modo in cui noi affrontiamo i riti del nascere, del vivere e del morire è essenzialmente politico. Quando ci vergogniamo di manifestare dolore, quando perdiamo la capacità di celebrare l’individualità e le necessità di mercato vincono sulla poesia dell’esistenza di ognuno, il portato politico di tutto questo diventa è fortemente significativo e pregnante. Non potremo mai avviare un processo di pace senza un cammino di comprensione delle differenze: ogni guerra viene da un’incapacità di ascolto. La gestione del dolore è un fatto assolutamente politico.

Sgrosso: Si tratta di un testo nato da un atto bellico, ma la dimensione politica rimane sullo sfondo. La perdita dei figli subita dai viandanti nel nostro spettacolo non è riconducibile alla guerra. Le circostanze concrete del lutto non sono importanti; è invece necessario il tentativo di elaborarlo. Il messaggio ci regala una riflessione che va oltre la contingenza dei conflitti umani, e abbraccia gli interrogativi più profondi ed eterni.

Per maggiori informazioni clicca qui

dal testo di David Grossman
edito in italia da Mondadori
traduzione di Alessandra Shomroni
progetto, elaborazione drammaturgica e interpretazione Elena Bucci Marco Sgrosso
regia Elena Bucci
con la collaborazione di Marco Sgrosso
musiche originali eseguite dal vivo alla fisarmonica Simone Zanchini

disegno luci Loredana Oddone
cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti
ideazione spazio scenico Elena Bucci, Giovanni Macis, Loredana Oddone
elementi di scena e costumi Elena Bucci e Marco Sgrosso
trucco e consulenza ai costumi Bruna Calvaresi
assistente all’allestimento Nicoletta Fabbri

produzione Centro Teatrale Bresciano, TPE – Teatro Piemonte Europa, ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione
progetto a cura di Mismaonda
collaborazione artistica Le belle bandiere

Spettacolo realizzato con il sostegno di NEXT 2021

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