“La felicità del lupo” sta nel cancellare i confini tra natura e città. Dialogo tra Paolo Cognetti e Vasco Brondi.

di Camilla Pelosi

Giovedì 11 novembre, al Teatro Franco Parenti, si è tenuta la presentazione di La felicità del lupo, il nuovo romanzo di Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega 2016 con Le otto montagne. La Sala Grande del teatro si è trasformata in un salotto intimo e accogliente, dove Vasco Brondi, più in veste di confidente che di presentatore, ha dialogato con l’autore. Un tavolino, due sedie, una chitarra appoggiata in un canto e un cane da pastore a fare da placido custode delle parole autentiche e preziose di due amici che si ritrovano dopo tanto tempo.

Si tratta di un libro nato durante il “confinamento”. Cognetti e Brondi sono restii a utilizzare la parola lockdown per riferirsi all’incubo in cui è sprofondato il mondo a Marzo 2020: termine troppo aspro e retorico per essere abbinato alla scrittura leggera e delicata che ha trovato, tra la monotonia di quei giorni, interstizi fertili dove germogliare e aprirsi al mondo. Finita la clausura, la stesura dell’opera è continuata molto lontano, nei territori del Nord America che hanno fatto da sfondo al film Into the wild, e da quei luoghi ha assorbito spiritualità e purezza. Eppure, il legame con la realtà appare ben saldo nel racconto, tra gli odori, i sapori e i gesti del ristorante di Babette, tra i piccoli rituali e la routine rurale di Fontana Fredda, borgo di poche anime incastonato tra le Alpi. Cognetti ha un modo tutto suo di raccontare il lavoro manuale, tema che spesso rimane escluso dalle pagine dei romanzi e che, se vi fa comparsa, appare in forma idealizzata ed edulcorata rispetto alle difficoltà e fatiche che comporta ogni giorno. Il motivo di tale esclusione è semplice, ci spiega l’autore: gli scrittori non lavorano. Lui, invece, è passato per il “dietro le quinte” della pace della montagna. La cucina di Babette esiste davvero e Cognetti si è affaccendato dietro ai suoi fornelli, sa da che verso si impugna un’affettatrice e ha provato sulla pelle il male che fanno i suoi tagli. 

L’intrecciarsi di momenti così diversi della vita dell’autore, tra New York ed Estoul in Val d’Ayas, tra i chilometri di sentieri per tornare a casa e i viaggi transoceanici alla scoperta del Grande Nord, risulta in un romanzo che rifiuta la dicotomia natura/città mettendo in luce l’inadeguatezza del tracciare confini. Per l’autore, milanese di nascita e montanaro per scelta, il perimetro della periferia – da lui intesa come spazio abitabile al di fuori del centro cittadino, senza alcun giudizio di valore – si allarga e cambia forma, fino a inglobare le Alpi, in un continuum di terre e di volti. Cognetti ci racconta una storia emblematica di questo rovesciamento di prospettive: il falegname che lo ha aiutato a costruire il suo rifugio si è comprato un telescopio e lo usa per spiare le Tre Torri. Terminata la presentazione, lasciamo il teatro immaginandoci un osservatore di stelle cittadino che, da un balcone di CityLife, aguzza la vista per scorgere il luccichio della neve sulle cime del Gran Paradiso, ignaro del fatto che qualcuno, dall’altra parte, stia ricambiando il suo sguardo.

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