L’IMPORTANZA DI CHIAMARE LE COSE COL PROPRIO NOME: UTOYA, UNA STRAGE POLITICA

di Alessandra Baio

Sono passati esattamente 10 anni da quando il 22 luglio 2011 Anders Breivik, anti-multiculturalista, anti-marxista, anti-islamista, dopo avere fatto scoppiare una bomba nel Palazzo del governo a Oslo, si è spostato a Utoya e ha aperto il fuoco e ucciso 69 giovani norvegesi di età compresa tra i 12 e i 20 che stavano partecipando a un campo estivo sull’isola di proprietà del partito laburista.

Nel 2013 il giornalista Luca Mariani pubblica il volume “Il silenzio sugli innocenti. Le stragi di Oslo e Utøya. Verità, bugie e omissioni su un massacro di socialisti frutto di un’inchiesta pluriennale che ha messo in luce degli aspetti “controversi” riguardanti l’attentato che ha messo in ginocchio la Norvegia e ha fatto tremare l’Europa intera.

Come dichiarano gli interpreti Arianna Scommegna e Mattia Fabris dopo i lunghi e meritatissimi applausi finali, lo spettacolo Utoya, in scena al Franco Parenti dal 21 al 23 luglio, nasce dall’incontro con il libro di Mariani, adattato per la scena da Edoardo Erba, il quale ci consegna un testo di grande maturità stilistica che coglie i tragici eventi di quei giorni da un triplice punto di vista, quello di tre coppie diversamente coinvolte nell’accaduto: la prima composta da due genitori che hanno mandato la figlia in campeggio a Utoya; la seconda formata da due poliziotti che nel giorno del misfatto si trovano a 600 metri dalla costa dell’isola ma tardano a intervenire; la terza sono fratello e sorella, due contadini, gente di umile origine, i vicini di casa di Breivik, quello strano tipo che non saluta mai e non fa altro che comprare diserbante.

Sullo sfondo della catastrofe si mescolano molteplici sentimenti, pensieri, desideri: la disillusione per un amore ormai finito, la discriminazione razziale, i buoni usi e costumi della tradizione norvegese inquinati e degenerati a causa dell’immigrazione, l’irrequietudine dell’adolescenza, il senso del dovere, il coraggio…

I due attori interpretano ciclicamente le tre coppie di personaggi senza che la performance cali minimamente di intensità, senza bisogno di particolari segnali lo spettatore capisce immediatamente quali personaggi stanno interpretando, e mentre ci si avvicina al climax del racconto, la temperatura emotiva sale e il ritmo si fa sempre più incalzante: Christine, la figlia sedicenne della prima coppia, è riuscita a salvarsi o è rimasta vittima della furia omicida di quell’uomo vestito da poliziotto? I due agenti in servizio nei pressi di Utoya sono intervenuti o sono ancora in attesa di ordini da Oslo? Lo strano vicino di casa dei due contadini che possiede un furgone di fabbricazione italiana (lo stesso tipo di veicolo che è esploso nel centro di Oslo) è l’attentatore? Com’è successo che nessuno se n’è accorto? Come è possibile che sia accaduta una cosa del genere nella cara, vecchia e sicura Norvegia?

Tutte queste domande agitano l’animo dello spettatore e i personaggi in scena le cui parole sono accompagnate solamente da suoni fortemente evocativi: il ticchettio di un orologio, degli spari in lontananza, gli squilli dei cellulari… ma c’è un particolare interrogativo che prepotentemente si fa spazio nelle menti del pubblico: quale mostro ammazzerebbe a sangue freddo 70 innocenti?

La risposta più ovvia sarebbe: un pazzo, uno psicolabile incapace di intendere e di volere. Ma questo non è il caso del signor Breivik, del mostro di Oslo, che ha coscientemente attuato un piano meticoloso, studiato per colpire un obiettivo ben preciso: la gioventù socialista norvegese. Ciò che questo testo suggerisce è che è assolutamente necessario analizzare gli eventi (e il teatro è uno dei luoghi deputati a questa riflessione) per giungere a “chiamare le cose col proprio nome”; ciò che è avvenuto a Utoya non è stata una tragedia causata da un folle, ma una mattanza pianificata nei minimi dettagli e determinata da ragioni politiche: una strage politica.

un testo di Edoardo Erba

regia Serena Sinigaglia

con Arianna Scommegna e Mattia Fabris

scene Maria Spazzi

luci Roberto Innocenti

con la consulenza di Luca Mariani

produzione ATIR Teatro Ringhiera / Teatro Metastasio di Prato

con il patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia in Italia

Per ulteriori informazioni clicca qui.

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