La promessa de “I Promessi sposi”: curiosità su un capolavoro

di Matteo Resemini

Che cosa giace dietro a un titolo di un Romanzo praticamente perfetto? Che cosa nasce (o risorge) da una rilettura di un’opera che è senza confini culturali di spazio e di tempo? Per prepararsi al debutto de I promessi sposi alla prova, dal 20 marzo al Teatro Franco Parenti, vi chiariamo un po’ le idee con qualche piccola curiosità a proposito del più noto capolavoro manzoniano.

Già pronunciare le parole ‘promessi’ e ‘sposi’ ha un suo significato lessicalmente forte, una sua carica evocativa che non si ferma solo ai ricordi scolastici che ogni studente italiano ha potuto appurare da adolescente.

I Promessi Sposi sono 38 capitoli inaugurati da un titolo che “senza volerlo”, si fa per dire ovviamente, è un’endiadi tautologica ben definita.

Figure retoriche a parte, Alessandro Manzoni, tralasciando la vicenda editoriale del romanzo, aveva in realtà considerato questa vicenda nella sua estrema polifunzionalità (l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo) e aveva sicuramente appreso, assai prima dell’invenzione della TV, che le fiction che parlano di famiglie disastrate avrebbero garbato un po’ a tutti sin da subito.

Certamente di storie d’amore che si riconciliano nel finale ne è piena la letteratura antica, dai miti classici fino ai poemi cavallereschi, passando per la favolistica di Apuleio e non solo,  ma Manzoni si servì della verosimiglianza che circonda ogni classe sociale, inaugurando l’uso comune di una lingua che oggi – involontariamente –  snobbiamo e che fino al Secondo Dopoguerra la maggior parte degli italiani non parlava.

Commuovono le immagini di un professor Alberto Manzi, intento a spiegare agli anziani analfabeti la grammatica italiana sulle parole del Manzoni in Non è mai troppo tardi; ci fanno sorridere i remakes del trio Solenghi-Lopez-Marchesini; si irradia di entusiasta comicità anche la parodia de I Promessi Sposi in 10 minuti cantata dagli Oblivion.

Un’opera senza tempo che ha conosciuto sin da subito il più largo consenso popolare, finanche il sofferto problema di ben otto edizioni pirata che venivano vendute senza rispettare alcun copyright!
Ed è proprio di diritto d’autore che riguarda una delle prime curiosità che vi raccontiamo.

Le dispense de I promessi sposi, sempre molto richieste dai lettori, venivano contraffatte per ribassare il prezzo d’acquisto ed è così che l’editore, sia per la ristampa del 1827 che per la famosa Quarantana (del 1840), inserì alcune illustrazioni d’artista Francesco Gonin al fine limitarne la contraffazione.

Un’altra tematica che è bene ricordare in merito all’ambientazione dell’opera, riguarda la peste che devastò il Nord Italia a cavallo tra il 1629 e il 1631; è noto che Milano fu colpita, secondo alcune indiscrezioni storiche, dalle pulci dei topi che si fecero strada per mezzo di un soldato italiano in visita ai parenti nel quartiere di Porta Venezia.

È bene ricordare però che questa fu un’impressione molto poco accreditata e sicuramente la vera causa dello scoppio pestilenziale fu scaturita da una processione indetta da S. E. il cardinal Federico Borromeo per le vie di Milano.

Un altro particolare che può apparirci insignificante, lasciando in disparte le macro-tematiche che compongono il percorso maturativo dei protagonisti, riguarda la capacità di afferrare il senso della trama, nonché il Sugo di tutta la storia. È interessante notare come il Manzoni che ritorna al Cristianesimo, dopo alcune peripezie di crisi di coscienza, sia divenuto l’emblema di una fede che viene ‘pubblicizzata’ come punto di forza del romanzo.

Quella Provvidenza con la P maiuscola, in grado di trarre fuori una Morale dalle vicissitudini della propria vita, offre una lezione in più: quella di portare a compimento la più importante decisione dei nostri giorni, cioè sapersi scegliere le proprie libertà, non scordandosi dei limiti che la vita ci perpetua davanti.

Questa auto-promessa, quella di “saper fare il punto” dei propri giorni, senza tralasciare le radici che ci hanno raccolto al terreno della Storia, è una delle tante bellezze di un testo che si è elevato a guida della nostra società e che è solo un orgoglio nazionale leggere e studiare ancora con ardore e dedizione, sia nelle scuole che negli ambienti della cultura.

Come ha detto la regista Andrée Ruth Shammah:Ci sono momenti storici in cui alcuni testi ci sembrano necessari (…). Con questo spettacolo, non solo si vuole restituire al pubblico uno dei capisaldi della letteratura italiana e far conoscere e amare la riscrittura di Testori, ma si intende esortare a camminare con una nuova consapevolezza nel nostro tempo e a riscoprire i fondamenti del Teatro”.

 

Quindi buon Promessi sposi a Tutti!

…e promettete di non mancare al Parenti fino al 7 aprile!

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