di Matteo Resemini
In occasione dell’uscita dei loro libri, Il tempo della complessità, edito da Raffaello Cortina Editore e La parola ai giovani, edito da Feltrinelli, giovedì 22 novembre gli scrittori Mauro Ceruti e Umberto Galimberti dialogheranno nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti. Durante l’incontro si rifletterà sulle forme di educazione e di istruzione della scuola di ieri e di oggi. Caldamente consigliato a tutti, genitori, studenti, professori e – se esistono ancora – maestri di vita.
La nostra scuola non ci educa più, e forse non ci ha mai educato. Dico forse perché non c’è solo una scuola oggigiorno. Non c’è mai stata invero una sola scuola, e non sto parlando degli indirizzi, perché il liceo classico, lo scientifico, i vari istituti tecnici & Co. in questo caso competono assai poco in termini umani.
Da sempre infatti la scuola all’educare ha preferito l’istruire, talvolta a fatica e al di là dei rendimenti richiesti. Ma Educare, con la E maiuscola, non è facile per nessuno, in nessun ambiente didattico e secondo nessuna precisa circostanza.
Un grande ostacolo, come hanno affermato Ceruti e Galimberti, sta oggi nella mancanza di rigore formativo e informativo, esperienziale e conoscitivo.
Polemiche lecite a parte, quanti tipi di scuola esistono oggi? La domanda presume sicuramente più risposte in questo frangente e questo perché la storia della scuola italiana si è evoluta a modo suo.
Da uno dei primi Ministri della Pubblica Istruzione, come Emilio Broglio (1867-1869), passando attraverso programmi televisivi di insegnamento del benemerito Professor Manzi, fino agli odierni programmi d’istruzione (o distruzione?) di massa.
Dall’intento ‘pasoliniano’ di acculturare i nostri analfabeti con umanità e orgoglio a partire dal secondo Dopoguerra, fino ai sussidiari elettronici dei licei. L’evoluzione c’è stata eccome; qualcosa c’è sempre in quel piccolo rinnovarsi di rivolte studentesche e riforme statali, piccolezze non poi così insignificanti! Ma in termini di educazione, dov’è la novità?
Alla fine è bene essere pignoli, finanche noiosi, ed è sempre un bene tornare sulla tanto rispettabile etimologia delle parole, materia che ci ha insegnato e insegna molto tuttora; “educare” infatti deriva dal latino educere, cioè “tirare fuori”, un lavorio forse più impegnativo rispetto alla “formazione” che si impegna a plasmare con materiali nuovi che si sommano ai saperi indotti.
Un’altra scuola rimane quella figlia della pedagogia moderna, quella scuola che “montessorianamente e steinerianamente” parlando può sia funzionare che collassare su se stessa.
Forse il tanto difeso disco ludendo dei latini (“imparo, giocando”, dove ludus è sia scuola che gioco) è mancato davvero, e manca ancora un diretto e contingente rapporto emotivo-didattico tra chi vuole imparare e chi vuole insegnare, ma soprattutto tra chi sa imparare e chi sa insegnare.
Un incontro da non perdere!
Per maggiori info cliccate qui.
Rispondi