Capatosta o come fare una rivoluzione (culturale)

di Michele Iuculano

Tra passato e futuro. Il ‘68 e i diritti dei lavoratori. Cinquant’anni dopo questa è ancora una battaglia da vincere. Come allora ancora oggi si tratta, prima che di una battaglia politica, di un cambiamento culturale ancora da attuare. È in quest’ottica che nasce il progetto della cooperativa teatrale CREST, operante a due passi dall’Ilva di Taranto, che con Capatosta porta sulla scena del Franco Parenti (dal 29 al 31 maggio) una storia nata dai racconti di chi in fabbrica ci vive.

La drammaturgia originale di Gaetano Colella è il punto di partenza per un lavoro magistrale che è prima di tutto umano e sociale. L’intero spettacolo ci racconta, a cuore aperto e con estrema chiarezza e sincerità, le contraddizioni, le perplessità, lo schifo e insieme la vita degli operai.

Senza retorica si contrappongono teoria e vita, etica e pratica, con il confronto tra due personaggi che sono tanto verosimili da poter essere recitati, seppur per brevi, ma fondamentali momenti, in modo simbolico e non naturalistico.

Lo spettacolo è vivo, profondo, i temi sono difficili ed è difficile affrontarli in modo non stucchevole ma, in Capatosta, sono resi grazie alla corposità di una storia che sembra essere fatta da vite vere e che, in buona parte, lo è. Anche quando le luci, le musiche, gli attori, sembrano mostrarci qualcosa di impossibile, straniante, non naturalistico, quello che emerge è un profondo senso di realtà. Come è reale qualcosa che può sembrarci impossibile, meraviglioso o terribile. Come il corpo di un uomo che si fa acciaio.

“Come può un uomo essere una cosa?”

Ed è questa l’intera linea registica (Enrico Messina) di uno spettacolo fatto di estrema e fantastica realtà. Ce lo raccontano, fin dall’inizio, le musiche, quasi tutte originali, e i rumori della fabbrica che lentamente si trasformano in quel ritmo sul quale gli operai ballano per portare a casa lo stipendio. E – ce lo racconta – la scenografia, scarna ma verosimile: la poltrona girevole, che il capo dei lavori ha ottenuto sudando, è la giostra del consumismo e dell’egoismo che ha ucciso la classe operaia. Ce lo raccontano le luci da cantiere che all’occorrenza si fanno più fievoli e che ci portano in un mondo di favola nera e di fumo, di macchine e di magia.

Non si tratta però nemmeno di una storia vera. Lo spettacolo è gravido di tematiche che continua a partorire e che, una volta emerse, non lo abbandonano più, continuando a gravitargli attorno e ad invadere le menti degli spettatori.

Andrea Simonetti interpreta la parte di un giovane 25enne appena assunto col proposito, tutto rivoluzionario, di far saltare la fabbrica, di avviare così una lotta di classe, perché la classe operaia degli anni ‘70 esiste ancora, anche se non è più la stessa.

Gaetano Colella interpreta chi in fabbrica ci lavora invece da vent’anni. “12.000 classi operaie diverse”. Ognuno per sé. Per la poltrona, per mandare il figlio a scuola, per aprire un bar a Tenerife.

E diventa difficile accettare cosa è giusto e rinunciare a ciò che è facile ma, come una buona opera culturale dovrebbe fare, Capatosta ti mette le mani in faccia pur di farti aprire gli occhi.

Di Gaetano Colella

Regia Enrico Messina

Con Gaetano Colella e Andrea Simonetti

Composizione sonora di Mirko Lodedo

Scene Massimo Staich

Disegno luci Fausto Bonvini

Tecnico di scena Vito Marra

Cooperativa Teatrale CREST in collaborazione con Armamaxa teatro
vincitore bando Storie di Lavoro 2015

Per ulteriori info cliccate qui.

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