1968-78 Italian Box Office: Il cinema sessantottino raccontato da Lorenzo Vitalone

di Matteo Resemini

Un maggio che prosegue all’insegna del fatidico ’68 con la rassegna cinematografica Italian Box Office. La Cineteca Italiana riproietta alcuni cult che hanno totalizzato gli incassi più importanti nel decennio 1968-1978. Al Teatro Franco Parenti, da sabato 26 a lunedì 28 maggio, tornano in cinepresa tre capisaldi filmografici raccontati in questa intervista a Lorenzo Vitalone.

Signor Vitalone, proviamo ad estremizzare: se il 1960 sta alla Dolce Vita felliniana e il 1965 a Per qualche dollaro in più di Leone, alla vigilia del ’68, prima della grande baraonda delle celebri tensioni sociali, ci sono secondo Lei altre pellicole che hanno anticipato un cambiamento?

Credo che sia inutile e fuorviante pensare in modo schematico e alla filmografia del 1968. Basti pensare che nel ‘68 il film che aveva incassato maggiormente era un documentario scientifico-ginecologico sul parto, intitolato Helga. Sempre nel ‘68 Franco-Ingrassia girarono ben sei film e gli spaghetti-western impazzavano ovunque. In pratica nel 1968 non ci sono i film del ‘68! L’unico che lo precede a parer mio è una pellicola del 1965 che si chiama I pugni in tasca, diretta da Marco Bellocchio. Ma anche Godard riuscì a precedere la passione civile del ‘68 per come lo conosciamo noi, attraverso una fine riflessione sulla realtà con toni registici dissacranti e dissacratori.

Per quanto riguarda 1968-78 Italian Box Office, Nostra signora dei turchi sarà il primo film che verrà proiettato. Ci può regalare una brevissima introduzione ad personam su lavoro di Carmelo Bene?

Essendo noi un teatro che si chiama Franco Parenti, Carmelo Bene ha con noi molti punti in comune. Carmelo Bene è stato un artista e un “poeta incantatore”, un uomo di teatro e sempre per il teatro ha creato un film visionario come quello che verrà proiettato sabato 26 maggio, in grado di rompere gli schemi con la tradizione e con il tempo. Il ‘68 di Nostra signora dei turchi vede spiccare Carmelo Bene per una ricerca linguistica e un superbo senso di sperimentalismo registico. Un una pillola visionaria di esperienze trasformate in arte filmica.

E parlando di Prima che la vita cambi noi, quella vita dei giovani protagonisti della controcultura milanese del ’68, raccontata nel film di Felice Pesoli, quanto si intercetta a quella dei “giovani di oggi”?

Questo piccolo capolavoro di Felice Pesoli si riflette in quegli anni che hanno portato al ‘68 in Milano. Posso parlare di entrambe le controculture, avendole vissute di persona. Io so come e contro che cosa ci si schierava nel ‘68! La nuova cultura del Web ha portato una comunicazione rapidissima e in tempo reale, ma forse non ha garantito la diffusione tra i giovani di passione e voglia di cambiamento.  Basti pensare ai ragazzi giapponesi che praticano l’Hikikimori, in questi casi estremi i ragazzi arrivano persino a rifiutare qualsiasi rapporto con la realtà, smettendo anche di comunicare con gli stessi componenti della famiglia. La chiusura e l’isolamento di oggi sono paralleli al vivere la compagnia di allora. In quegli anni essere insieme era il vero manifesto! La condivisione di allora corrisponde a un essere soli oggi, peraltro durante la giovinezza, un periodo tutt’altro che facile. Tuttavia anche ai giorni nostri non mancano una sana coscienza socio-culturale, storica, ecologica persino, al di là della criticissima questione politica in tutto il panorama mondiale. Forse ciò che manca è un ideale: nel ‘68 un ideale, giusto o sbagliato che fosse, c’era.

Dopo la Montagna incantata di Mann, mi consenta la connessione, la Montagna sacra di Alejandro Jodorowsky. Un’autentica avventura mistica per lo spettatore, “un’esperienza sacra” come asserì lo stesso regista. In quali momenti si avverte questa pulsione alchemica?

L’anno scorso abbiamo messo in scena, in onore di JodorowskyOpera panica con la regia di Fabio Cherstich. La Montagna sacra riporta al Parenti la visionarietà di un regista unico attraverso sequenze che hanno tutte una carica forte e alchemica. È una rottura che parte dalle avanguardie storiche e passa per surrealismo, e che non riguarda solo le sequenze, ma tutto il film! È un rituale, magico: Jodorowsky teorizzò la ‘psicomagia’ a tal proposito. La Montagna sacra un film ‘sciamanico’, come lo stesso regista coscientemente lo aveva voluto definire. Credo che conservi ancora un’energia, ma soprattutto una finalità e una voglia, oltre che un legame mistico alla pittura e al fumetto che lo tengono ancora vivissimo e giovanissimo.

E dei tre film citati Lei quale preferisce e perché?

Io nel ‘68 vidi Carmelo Bene e ne rimasi – come si dice –  follemente innamorato. Jodorowsky, che ho conosciuto personalmente, è un uomo che affascina, con un carisma portante e una potenza artistica sovrumana: una figura che riesce ancora a mostrare la sua grandezza sessantottina. Pesoli è invece molto bravo a costruire un montaggio intelligentissimo attraverso una radiografia-ritratto che parte dal ‘68 e che include tutti gli anni successivi. Le opere di questi artisti sono tutte e tre da guardare e apprezzare con attenzione, e non faccio il diplomatico!

A chi consiglia in particolare questa rassegna?

Non amo i consigli diretti, quindi la consiglio a tutti, non in modo generico, ma a coloro che hanno ancora voglia di essere sbalorditi, di fare un viaggio onirico, ricco di fantasia, di vitalità e senza delle forzate lezioni ideologiche.

 Per concludere, tre aggettivi o concetti che descrivono il ’68 al cinema.

Da una parte riflessione e presenza di un’idea attiva e spinta al cambiamento, in seguito lo scardinamento dei linguaggi, e infine – lo ripeto – la vitalità! Anche se uno dei temi che sovente viene ripescato in queste pellicole è la morte, non è mai una morte così viva.
Inoltre la parola d’ordine nel ‘68 cinematografico è azione-riflessione e riflessione-azione e speriamo che anche noi potremmo agire e riflettere come si deve.

Per maggiori informazioni cliccate qui.

 

 

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