PASSAGGI DI SPECCHI NEL CINEMA DI INGMAR BERGMAN

Intervista a Lorenzo Vitalone

di Roberta Maroncelli

 

In occasione del Festival I Boreali, che si terrà da giovedì 22 febbraio a lunedì 26 febbraio, il Teatro Franco Parenti entra nella scena nordica con la rassegna cinematografica Luci e ombre, dedicata al regista svedese Ingmar Bergman.

Luci e ombre, chiaro e scuro, rumore e silenzio: il cinema di Bergman è un orologio senza lancette, un posto delle fragole, una sinfonia e un sussurro; è la porta che si apre su un altro mondo e che certamente non potrà richiudersi dopo questi dieci film. Lorenzo Vitalone – responsabile creativo del TFP – ha accompagnato noi del Blog Sik-Sik in un viaggio visivo on the road, in cui il tempo rimane sospeso o corre veloce, alla scoperta di una figura eclettica del cinema internazionale, dei suoi film e anche un po’ di noi stessi.

Perché scegliere Ingmar Bergman? 

A me interessa parlare di un poeta, di uno scrittore, di un filosofo, di una personalità che non ha eguali nel campo del cinema. Guardare i film di Bergman è un’emozione e un esercizio diverso: è come avere un amico saggio che ti accompagna con le sue immagini e che non ti abbandona, lasciandoti con delle domande. Credo che questa rassegna sia soprattutto per un pubblico di più giovani, che non hanno avuto la possibilità di conoscere un regista di tale portata: è un cinema lucido, le sue sceneggiature vivono sulla pagina, coinvolgendoti con tutto il tuo essere e il tuo domandarti.

Si tende a pensare Bergman come un regista tragico, ma in realtà sa avere anche un tocco di ironia e di leggerezza, pur parlando di grandi temi. Certo, non possiamo trovare la leggerezza in Come in uno specchio o in Persona, però riesce sempre ad avere un tocco particolare…

Il cinema di Bergman: un un continuo oscillare tra luce e ombra?

Sì, sempre: è l’uscire dalla luce ed entrare nella tenebra e viceversa, sia a livello di immagine cinematografica che di racconto psicologico. Bergman è un regista da luci e ombre, cioè da bianco e nero: i suoi primi film giocano in particolare sul chiaro-scuro, specchio stilistico dell’anima. La sua luce ha dei bianchi abbacinanti, quelli della Svezia dalle albe quasi eterne, ma è anche un luogo dell’oscurità, quella del dubbio e della macerazione. L’uso del colore in Bergman non è casuale: ha sempre una ricerca cromatica che riporta a qualcos’altro, che diventa un altro elemento per il racconto. Usare il colore in modo espressivo è una tecnica, che si realizza anche nel passaggio dal bianco e nero al colore: per esempio, Sussurri e grida è un film con dei colori bellissimi, tutto in un rosso, per rappresentare il sangue, la vita, le passioni.

Fellini e Bergman: binomio possibile?

Su Bergman si potrebbero raccontare moltissime cose, tra cui la storia dei progetti mai realizzati con Fellini. Ma questo non deve stupire, perché Bergman e Fellini sono personalità completamente opposte: da una parte c’è una fantasia “mediterranea”, dall’altra un rigore – anche a livello di immagini, di suoni e di approfondimento – che non può trovare una compagnia nell’incontro con l’altro. Fellini nasce disegnatore, è cattolico e crea un mondo fantastico; Bergman invece è protestante e il suo è più un cinema da teatro. Anche il gusto per le attrici è diverso: le streghe di Bergman hanno il volto delle pitture di Dürer, mentre le streghe di Fellini sono un’altra cosa. Bergman si indirizza verso una tipologia precisa di attrici: bionde, dagli occhi chiari, con un certo tipo di corpo, perché il discorso che a lui interessa è quello mentale e interiore: lui mette in scena il dubbio, il pensiero, la contraddizione, la solitudine, che non è propria dei film “caciaroni” di Fellini.

Chi sono le donne dei film di Bergman?

Le donne di Bergman sono quasi sempre le protagoniste dei suoi film; Bergman è uno dei pochi registi che sa raccontare la donna e che sa capire il mondo femminile. Persona è l’esempio massimo di un film dove l’introspezione psicologica viene fuori da uno scandaglio di sentimenti, in un mondo quasi totalmente femminile.  Addirittura, le due donne – l’attrice ricoverata e l’infermiera – guardandosi nello specchio, finiscono per riflettersi una nell’altra, tanto da sovrapporsi e prendere una il ruolo dell’altra.

Un altro film completamente al femminile è Sussurri e grida. Cos’è la vita? “Sussurri e grida”, momenti di tranquillità, in cui le cose si dicono e momenti in cui esplodiamo e allora la voce e il dolore prendendo il sopravvento.

Quali sono alcuni aspetti del suo linguaggio cinematografico?

Il silenzio nella vita di tutti noi è agghiacciante, essendo abituati oggi (e non è un giudizio) ad un cinema di azione, caratterizzato da sequenze sempre in movimento. Con Bergman, invece, ci scontriamo con dei silenzi e con l’uso cinematografico del primo piano – che fa parte di una specifica scuola cinematografica nordica – dove a parlare è il volto, mentre tutto il resto è annullato. Il primo piano implica il non aver bisogno di un esterno, di qualcuno che racconti: c’è solo l’attore, con la sua figura, le sue espressioni davanti allo specchio della macchina da presa. E noi spettatori, a nostra volta, guardiamo nello specchio dello schermo cinematografico, in un gioco continuo di riflessi. È come con l’occhio: si dice specchiarsi nell’altro, no? E qui ci si specchia, non solo nell’altro ma anche nei problemi dell’altro.

Cosa rappresenta il tempo per Bergman?

Il tempo è un discorso fondamentale per Bergman. Ne Il posto delle fragole, il presente si confonde con il passato, creando un effettivo viaggio nel tempo e nello spazio: è la storia di un vecchio professore che va a ritirare un Nobel insieme alla nuora, partendo con la macchina verso Stoccolma; durante il viaggio ripercorre tutta la sua vita e i suoi errori, per ritornare al “posto delle fragole”, il posto  emblematico dell’infanzia.

È un precorso on the road, un andare in una dilatazione e con-fusione di piani, in un eterno presente che si concretizza nell’incubo dell’orologio senza lancette. L’andare in macchina di questo professore (ormai verso la fine della sua vita) diventa un viaggio interiore e anche una metafora della vita. È quasi il viaggio della carrozza di Ombre rosse…

Ah, questo non lo conosco!

È un western straordinario di John Ford, che racconta di un viaggio nel West di una carrozza con a bordo cinque persone. Durante il percorso succede di tutto e questa carrozza diventa un viaggio dove cambiano i destini. Sono delle scene mitiche che diventano simboliche, così come l’incubo iniziale del vecchio professore de Il posto delle fragole. Come immagini, questo riporta ad un certo espressionismo tedesco, a un Fritz Lang.

Bergman sembra anche un pittore…

Sì, Bergman ha una grande cultura visiva. Ne La Fontana della Vergine si rifà all’arte di Dürer e alle immagini della pittura nordica, con colori alla Rembrandt. Ci sono registi che hanno l’occhio del pittore, Bergman – come Pasolini, Dreier, Kurosawa – usa la macchina da presa con una tecnica precisa, dall’alto al basso, da destra a sinistra, muovendola come il pennello su una tela: è come lo sguardo del pittore mentre dipinge. Non è l’occhio del regista colto che ci dà immagini che rimandano ad altro, o che riproduce un certo tipo di pittura per creare un clima, come fa Visconti in Senso, dove riprende Fattori. L’occhio del pittore è diverso: guarda al particolare.

Luci e ombre – Il cinema di Ingmar Bergman:

23 – 26 febbraio 2018

Proiezioni:

Venerdi 23 febbraio ore 19.30

PERSONA (Persona) Sv.1966, 86’

con Bibi Andersson, Liv Ulmann, Gunnar Bionstrand

Sabato 24 febbraio ore 15,30

COME IN UNO SPECCHIO  (Sasom in en spegel) Svezia 1961, 89’

Con Hanriet Anderson,Gunnar Bjonstrand, Max von Sydow

Ore 18,00

LA FONTANA DELLA VERGINE (Jungfrukallan) Svezia,1958, 89’

Con  Gunnel  Lindblom, Max von Sydow,Birgitta Pettersson

Domenica 25 febbraio ore 16,00

IL POSTO DELLE FRAGOLE (Smultronstallet)  Svezia,1957, 91’

Con  Victor Sjostrom,Bibi Anderson, Ingrid Thulin

Ore 18,00

IL SETTIMO SIGILLO  (Det Sjunde Inseglet), Svezia 1956, 96’

Con  Max von Sydow,Gunnar Bjonstrand,Bibi Anderson

Ore 21,00

SINFONIA D’AUTUNNO   ( Hostsonaten ) RFT,1978, col.90’

Con Ingrid Bergman,Liv Ulmann, Erland Josephson

Lunedì 26 febbraio ore 19,45

SUSSURI E GRIDA (Viskiningar och rop) Svezia 1972, col.91’

Con Harriet Anderson,Ingrid Thulin, Liv Ulmann,Erland Josephons

Ore 21,45

IL VOLTO (Ansiktet) Svezia,1959, 98’

Con Max von Sydow,Bibi Andersson, Ingrid Thulin Erland Josephson.

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