La poetronica di Marie Davidson al Franco Parenti

di Silvia Bellinzona

La protagonista del terzo e ultimo appuntamento di Electropark Exchanges è Marie Davidson, musicista, poetessa e produttrice di musica elettronica di Montreal. Tre gli album all’attivo: Perte d’identité (2014), Un Autre Voyage (2015) e l’ultimo, Adieux Au Dancefloor, uscito nel 2016 e nominato come uno dei “20 migliori album di musica elettronica dell’anno”.

I suoi primi due album richiamavano un passato remoto, dalle tinte tipiche dei film noir e horror, i cui suoni, come fotogrammi di pellicole in bianco e nero, tra l’analogico e il digitale, evocavano stili di musicisti quasi dimenticati.

In Adieux Au Dancefloor la musica invece diventa emozione, anche grazie al connubio perfetto tra poesia e suoni, in una parola: “poetronica”. Ciò che nasce, infatti, non è solo un album, ma un vero e proprio poema postmoderno, in cui i versi emergono dalle note dei sintetizzatori, in una riflessione che ha come oggetto la “club culture”. Anche il titolo è emblematico: un addio alla dance-music e al mondo giovanile, fatto troppo spesso di eccessi, di vuote apparenze, di consumo inconsapevole, di perdita di inibizioni e lucidità, di alienazione. Grazie alla sua esperienza nei locali, Marie Davidson ha potuto osservare il fascino distruttivo di quel mondo, di quella potenza negativa in cui la collettività diventa insieme di istinti, simbolo dello spirito dionisiaco che esiste in ognuno di noi.

La sua risposta, però, non si allontana da quel mondo, ma anzi lo modifica dall’interno, raccogliendo impressioni, squarci di decadenza, frammenti di verità da coniugare con la poesia, con i suoi versi in inglese e francese. Non c’è quasi mai un canto, ma solo la voce di Marie Davidson che accompagna la musica, riuscendo a connettere due mondi apparentemente lontani anni luce tra loro come possono essere la lirica e l’elettronica.

Questa collisione imprevista genera immagini, emozioni, riflessioni, come nella canzone I Dedicate My Life (“listen, guess, I dedicate my life; like him, like her, I dedicate my life”) o in Naive to the Bone (“it seems like honesty is not so fashionable these days: it’s true”).  A chiudere l’album, la canzone che gli conferisce il titolo (“n’arrête pas la musique, surtout ne me parlez pas; c’est ma enfer, c’est ma vie”), un canto che ha come tema il mondo della discoteca, denunciandone le sregolatezze, sfruttandone la sua stessa musica.

Le pareti grezze della Sala Testori il 4 luglio saranno la cornice di tutto questo: invase dalla poetronica, coinvolgeranno l’ascoltatore in un’esperienza emotiva e carica di significato. Imperdibile.

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