Duelli di parole, tra niente e tutto, per il Ritratto di donna araba di Carnevali

di Valeria Nobile 

Davide Carnevali torna in scena, al Teatro Franco Parenti, con il testo vincitore del 52° Premio Riccione per il Teatro: Ritratto di donna araba che guarda il mare. Un testo impegnativo, ma allo stesso tempo di una chiarezza disarmante. Il suo messaggio riesce a trafiggere lo spettatore in sala con una forza inaspettata. La regia di Claudio Autelli si dimostra efficace nel mettere in primo piano quella che sembra essere una semplice storia d’amore, ma che in realtà nasconde molto di più. Tutta da scoprire al Tfp fino a domenica 25 giugno.

– Che cosa vuoi?
– Non voglio niente.
– “Niente” nella mia lingua vuol dire tante cose.

Sulla strada che dalla città vecchia porta alla spiaggia, una donna guarda il mare. Non è sola. Un uomo, uno straniero, poco distante la osserva mentre guarda il mare e le fa un ritratto. Non sappiamo che città sia. Non sappiamo nemmeno quali siano i nomi dei quattro personaggi che prendono vita in questo racconto; eppure non è importante: questa città, questi personaggi così abilmente delineati dagli attori (Alice Conti, Michele di Giacomo, Giacomo Ferraù, Giulia Viana) riescono a essere universali proprio perché anonimi. Il ritratto, in realtà si rivela essere più di uno. I frammenti di vita di questi personaggi vanno a comporre una storia amara, il cui nucleo si basa su una semplice affermazione: “Tu non puoi capire”.

È uno scontro tra culture, un dialogo impossibile tra due mondi che pensano di conoscersi bene, ma che in realtà non sanno nulla l’uno dell’altro. I personaggi parlano lingue diverse che però all’orecchio dello spettatore sono una lingua sola. Ma è una lingua insidiosa, che lascia spazio a diverse interpretazioni e fraintendimenti.  Le scene di Maria Paola di Francesco sono di grande impatto e arricchiscono di ulteriore significato metaforico questo testo ricco ed impegnativo. La città di carta che vediamo in scena sotto forma di modellino, e in cui viviamo e ci spostiamo grazie ad una telecamera che sono gli attori stessi a spostare, è fatta di parole. Parole che graffiano, feriscono e cambiano a seconda di come le si vuole leggere. Gli effetti sonori e le luci hanno un ruolo di peso, tanto più nelle scene finali, quando diventano anch’essi strumenti di fraintendimento e di incomprensione. Superba è allora la scena finale, quando le luci che accecano gli spettatori danno modo al pubblico di fare esperienza di ciò che gli attori stanno mettendo in scena: “L’ho fatto per difendermi, tu mi hai costretto. Lo hanno visto tutti”. Solo che nessuno, di fatto, ha visto niente. Ma niente – lo sappiamo – vuol dire “tutto”, qui.

Carnevali ci regala una riflessione assolutamente non banale né scontata su questioni più che mai attuali quali la migrazione e l’essere straniero in casa d’altri. Una riflessione teatrale che vagamente ricorda quella di Caryl Churchill e l’idea di un teatro “non normale, non rassicurante”; un teatro in cui la frammentarietà e precarietà del linguaggio sono i punti di partenza per una analisi nuova e brutalmente onesta del tempo in cui viviamo.

 

RITRATTO DI DONNA ARABA CHE GUARDA IL MARE
di Davide Carnevali
regia Claudio Autelli
con Alice Conti, Michele Di Giacomo,  Giacomo Ferraù e Giulia Viana
scene e costumi Maria Paola Di Francesco
disegno luci Marco D’Andrea
suono Gianluca Agostini
assistente alla regia Marco Fragnelli
tecnico luci Stefano Capra
organizzazione Monica Giacchetto e Camilla Galloni
comunicazione Cristina Pileggi

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