Gli Omini alla fermata del treno

di Roberta Maroncelli

Nella Sala Tre del Franco Parenti siamo io e la compagnia toscana de Gli Omini. Loro sono qui a Milano per presentare il loro spettacolo Ci scusiamo per il disagio, in scena al TFP fino a domenica 21 maggio.

Mi siedo davanti alla scena già allestita, in compagnia di Francesco Rotelli, Luca Zacchini, Francesca Sarteanesi e Giulia Zacchini, creatori e interpreti di Ci scusiamo per il disagio, spettacolo realizzato a partire da storie vere raccolte in stazione. Racconti di gente che passa, si ferma, riparte o che proprio non parte: gli Omini si fermano e ascoltano le persone che abitano questo luogo altro, dove il tempo è ritmato dalla voce fredda dell’altoparlante: “allontanarsi dalla linea gialla”. Ma il treno per noi non passa e stasera rimaniamo in Sala Tre per parlare, questa volta, della loro storia di viaggiatori in osservazione.

«Ci scusiamo per il disagio è il primo spettacolo del Progetto T, progetto triennale, –  mi racconta Francesco Rotelli –  che ha a che fare con i treni, in particolare con una vecchia linea ferroviaria di centocinquant’anni fa che va da Pistoia a Porretta. Da anni facciamo progetti di indagini territoriali, di raccolta storie, andando in mezzo agli esseri umani ad ascoltare, per blitz spesso di una settimana». Interviene Luca Zacchini spiegando che loro le chiamano «indagini anarco-antropologiche, nel senso che ci immergiamo in un paese, stiamo lì almeno una settimana e cerchiamo di capirne usi, costumi, di conoscerne le persone».

Io sono sempre più curiosa e non resisto: chiedo più dettagli su dove trovino le persone da intervistare. «Ovunque – risponde Francesco, e Luca continua – piazza, strada, bar, parrucchiera, farmacia, poste, cimitero, stadio». «Di tutto – si sente in sottofondo Francesco – cerchiamo di attaccare bottone, raccontiamo cosa stiamo facendo, che quello che ci dicono potrebbe finire in uno spettacolo teatrale, li registriamo, sbobiniamo e rimontiamo in canovacci o in lavori composti sul momento».

Riportando il focus sullo spettacolo, Francesco mi spiega che per questa indagine sono stati un mese nella stazione di Pistoia dove hanno «registrato conversazioni con le persone della stazione: alcuni habitué, frequentatori assidui del posto – come in scena lo sono il marchettaro, Iolanda e Davidino il barbone – altri invece persone di passaggio, che stanno ai margini e sono il disagio che qualcun altro vorrebbe nascondere». Disagio ripetuto anche dall’altoparlante, che diventa personaggio della scena: «Trenitalia “si scusa per il disagio” dei treni; noi pensiamo che non ci sia da scusarci di questo disagio, ma anzi di mostrarlo. Per questo abbiamo ripreso le parole che l’altoparlante ripete in stazione “ci scusiamo per il disagio”».

Questo loro modo di osservare le persone mi incuriosisce sempre più e mi rivolgo a Francesca Sarteanesi, che mi racconta che di solito lei e Francesco si occupano delle interviste con i registratori: « spieghiamo esattamente cosa sta per succedere e cosa verrà fatto; chi chiacchiera con noi è consapevole che alcune sue frasi diventeranno battute del copione – mi dice, e continua spiegandomi che Luca rimane più laterale all’ “assalto” –  fa un lavoro di osservazione stando sulla panchina a prendere appunti; nel frattempo, a casa, Giulia inizia a sbobinare quello che noi le portiamo ogni due-tre ore, a montare e selezionare il materiale».

Ma chi è quindi che scrive il testo? «Non c’è da cercare l’autore o lo scrittore – mi spiega Giulia Zacchini, dramaturg della Compagnia – Qui sono le storie che prendono tutto il campo. Essendoci innamorati dell’altoparlante della stazione e cercando di farlo diventare qualcos’altro abbiamo trovato un filo comune. Io faccio solo ritocchi, nuovamente ritoccati da loro, essendo testi vivi in scena».

Partire dalla stazione come oggetto di indagine è stata anche un’idea per rivalorizzare la tratta Pistoia-Porretta, «tratta minore che porta a località incredibili, sperdute: si attraversa l’Appennino, tra boschi, fiumi» mi spiega Luca e Francesco aggiunge che è proprio «un’opera di ingegneria e di architettura incredibile, c’è anche la voglia di farla vivere come parte del patrimonio artistico e paesaggistico italiano».

Il pubblico in quel caso è diventato parte integrante dello spettacolo: «abbiamo fatto prendere il treno anche a loro, partivano da Pistoia e arrivavano nella stazione più strana di questa tratta, Il Castagno, scendevano dal treno tra due gallerie, in mezzo al bosco, e lì avveniva lo spettacolo».

«Il committente – continua Francesca – ci ha chiesto che venisse fatto un lavoro di rivalorizzazione e quindi abbiamo scritto un progetto che partisse proprio dalla stazione come luogo. Ci siamo stati un periodo molto lungo, un mese, non era mai successo che stessimo tanto – e qui ha un attimo di esitazione e specifica – in un “non luogo” come la stazione».

Non posso non approfittare dell’occasione, perché mi sembra che la stazione abbia ormai assunto la qualità di un “luogo altro”:«l’idea di non luogo è cambiata – interviene Francesco–  perché la stazione è un luogo a tutti gli effetti, con persone che lo vivono e che ha dei suoi ritmi, dei suoi mondi. Quindi quello che pensavamo di incontrare poi si è trasformato».

La stazione diventa un luogo sempre più affascinante, arricchito dalle storie delle persone che lo frequentano: raccontare storie è la loro vita, mi confessa Francesco, «noi rimaniamo in ascolto degli altri e di noi stessi per ideare e costruire i nostri spettacoli». «Poi possono essere storie belle, brutte, interessanti o meno –  continua Francesca –però il fatto è che lo spettatore le senta vive, che questi personaggi prendano colore».

L’intervista a questo punto sarebbe anche finita, ma voglio sapere come poterli seguire in altri progetti itineranti, che scopro essere “Tappe” : «avventura pura – ride Luca alla mia sorpresa – partiamo senza sapere niente di quello che faremo fino all’ultimo giorno dell’indagine». Poi, vedendomi così curiosa, prosegue:« quello che succede nella Tappe è unico e irripetibile. Parlare con le storie delle persone intervistate durante la settimana, che per quella sera sono spettatori, e il taglio che diamo alle loro parole è strano da rivedere. Ci si vede in uno specchio deformato della realtà: sono cose che smuovono e si sente».

 

uno spettacolo teatrale de Gli Omini
di e con Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi,
Luca Zacchini e Giulia Zacchini

Primo spettacolo del Progetto T, prodotto dall’Associazione Teatrale Pistoiese
e ideato da Gli Omini

 

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