Il dio di Roserio: Fabrizio Gifuni interpreta Testori

di Lucia Belardinelli

Ieri sera, 3 maggio, il celebre attore ha debuttato nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti con la sua rilettura del primo capitolo de Il dio di Roserio, primo travagliato racconto di Giovanni Testori, che l’attore interpreta creando un campo magnetico col pubblico che trasforma in coro.

Per un’ora e poco più Gifuni domina il palco in solitudine. Un palco vuoto, tranne per due biciclette buttate a terra, due sedie, un leggio e un sasso. E lui da solo davanti alla sala gremita, ma con la forza evocativa delle parole, con le quali l’attore riesce a ricreare la corsa allucinata descritta da Testori: nel libro Dante Pessina – soprannominato “il dio di Roserio” per le sue innumerevoli vittorie ciclistiche – manda fuoristrada il gregario Sergio Consonni che cade, batte la testa su un sasso e diventa scemo. Pessina temeva il gregario, la sua costanza, l’eventualità che fosse lui a tagliare per primo il traguardo. Ne era terrorizzato.

L’attore riesce a catapultarci nell’ambiente delle società ciclistiche, in un periodo in cui le strade erano colme di biciclette. Il suo corpo vuole trasgredire i propri limiti: Gifuni veste i panni del gregario ormai impazzito, in uno stadio appena prima del coma, nel momento in cui cerca di recuperare nella memoria quella maledetta ultima corsa. La bravura dell’interprete ancora una volta non può essere messa in discussione: ricrea mirabilmente i gesti quasi paraplegici del personaggio e sembra che il ciclista sia fermo e che sia il mondo a girare intorno a lui grazie a un’incredibile tecnica recitativa e anche all’impeccabile ricerca linguistica.

Fabrizio Gifuni nel passato ha infatti dedicato non poco tempo al lavoro su scrittori come Pasolini o Gadda, per arrivare ora all’analisi di quello che è stato uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento, Giovanni Testori. Scrittore, drammaturgo, regista, poeta, storico dell’arte, attore e chi più ne ha più ne metta, Testori pubblica questa sua prima opera narrativa nel 1954, con Einaudi. Milanese doc, utilizza nei suoi scritti un linguaggio originale, frenetico e vorticoso, con al centro il dialetto lombardo che lo porta a un forte espressionismo linguistico.

Non bisogna dimenticare che l’italiano divenne una lingua realmente nazionale solo grazie alla diffusione della televisione: Testori è la dimostrazione di quanto il problema della lingua fosse centrale nello sviluppo di una drammaturgia di alto livello. Come drammaturgo lo scrittore ha raggiunto il culmine della sua ricerca negli anni Settanta, con la rivisitazione dei classici della storia del teatro, in particolare con la celebre trilogia tragica composta da Ambleto, Macbetto ed Edipus. Trilogia che il drammaturgo scrisse proprio per Franco Parenti e Andrée Shammah che ne curò anche la regia. Testori rifugge dalla lingua asettica e artefatta parlata abitualmente a teatro, inventandone una letteralmente nuova, in cui confluiscono i caratteri della parlata dialettale, dell’italiano più ricercato e arcaico e i neologismi più improbabili.

Nonostante le difficoltà che Testori prima e Gifuni poi hanno offerto al loro pubblico, gli spettatori hanno senza dubbio gradito: lo dimostra l’incredibile pioggia di applausi alla fine. E se non bastasse, parlano da sé gli occhi lucidi a fine performance della vecchietta ingioiellata seduta al mio fianco.

 

IL DIO DI ROSERIO, “STUDIO” SUL CAPITOLO PRIMO

di Giovanni Testori
con Fabrizio Gifuni
in collaborazione con Solares Fondazione delle Arti

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