Elettricità al Tfp: Björk, Monk e Maurizio Principato

di Roberta Maroncelli

«Credo che la musica possa aiutare le persone a diventare più grandi, più belle: insegna la disciplina, la pazienza, la perseveranza, il cercare gratificazioni nel tempo».

Così mi aveva salutato il giornalista radiofonico Maurizio Principato nella nostra ultima intervista. Sono tornata a incontrarlo.

Questa volta è quasi sera e c’è un’arietta primaverile quando lo incontro fuori dalla biblioteca di Porta Venezia per parlare  di “Elettra: quattro donne nella musica contemporanea”, la rassegna ospitata al Teatro Franco Parenti che si concluderà lunedì 20 Marzo. Dopo aver alloggiato nei quartieri malfamati della New York degli anni ‘70/’80 con Laurie Anderson e Patti Smith, i prossimi incontri vedranno protagoniste due figure elettriche del panorama musicale internazionale: Björk e Meredith Monk. Domenica 12 marzo alle ore 11 il salto nella fredda Islanda per conoscere la prima e la sua musica, e poi l’atterraggio in America con Meredith Monk, lunedì 20 marzo alle ore 20.30.

Inizio l’intervista. È sempre bello lasciarsi portare dalla voce di Maurizio nella storia di questi personaggi. Si scopre ogni volta qualcosa di nuovo.

 

“Elettra”: un nome, una garanzia. Cosa ci vuoi raccontare di questa rassegna?

Abbiamo ragionato su quattro nomi che avessero due valenze: un lavoro importante sulla voce e sulla ricerca. Laurie Anderson è la voce che diventa storytelling musicale. Patti Smith è la poetessa che diventa cantante. Björk è quella che più ha lavorato sulla vocalità, cercando di inserire elementi della tradizione islandese, ignoti fuori dell’Islanda e che lei ha diffuso. Meredith Monk è riuscita, forse più di tutti, a mettere a contatto il canto ancestrale, quando la voce era solo suono e non parole, con la modernità. È la più articolata come opera, perché nel suo lavoro c’è il canto, l’interpretazione, la parte di acting, il teatro, la danza, la performance, tutto quanto insieme. Tutte sono molto diverse l’una dall’altra, nessuna di loro è commerciale.

Come hai conosciuto Björk e Meredith Monk?

Vediamo… Negli anni ’80, Björk fu una grande sorpresa perché quando uscì con il suo gruppo precedente, gli Sugarcubes, nessuno aveva mai sentito gente islandese. Iniziò a fare delle cose da sola veramente strane eppure attraenti; con il suo modo di cantare, ha influenzato la scena dell’elettronica. Meredith Monk invece l’ho conosciuta ascoltando musica con degli amici: qualcuno mi fece sentire Atlas, un suo vecchio disco, ma mi sembrò molto particolare e pensai che non fosse per me. Poi nel tempo sono tornato ad ascoltarla e l’ho riscoperta. Ci vuole tempo, davvero: lei non fa concessioni.

Quindi quello che ti affascina è la loro continua evoluzione? 

Riescono a non annoiarmi, perché continuano a cercare e soprattutto lavorano tanto, non sono chiuse in una stanza: escono, si confrontano, hanno una grande dedizione al lavoro, una cosa importantissima, perché solo lavorando si può far evolvere quello che si fa, senza rifarlo sempre uguale. I Rolling Stones, per esempio, fanno sempre la stessa cosa da cinquant’anni ed è giusto perché la gente si aspetta quello, però non ti dicono cose nuove. Invece con loro non sai mai, può sempre succedere qualcosa di inaspettato.

Dalla New York di Laurie Anderson e Patti Smith all’Islanda di Björk: un bel salto…

Beh sì (sorride, ndr), perché Laurie Anderson è cresciuta artisticamente a New York, così come Patti Smith e Meredith Monk. Björk invece è tra Reykjavik e Londra. È uno dei migliori esempi di coraggio musicale, di sperimentazione che andava in classifica, inspiegabilmente: non ha mai fatto musica facile, ma è sempre riuscita ad attirare l’attenzione su di sé, senza gossip, solo facendo canzoni sempre sincere, che facevano percepire il nord.

Come mai tanto interesse per la scena nordica?

La trovo ricca e diversificata. Mi attrae molto quel modo di comporre e di fare musica: sento la pulsione verso l’assoluto.

Meredith Monk, “artista totale”: ci puoi raccontare qualcosa in più sul rapporto musica e teatro?

Ti posso dire quello che ho visto, in particolare con queste quattro autrici e compositrici: tutte cercano di aggiungere il movimento per ampliare l’espressività di quello che fanno e quindi l’azione. Björk lo fa mettendoci anche i vestiti (è stilista a modo suo), però ogni cosa, il corpo viene usato al cento per cento. Non è solo la voce e non è quel modo di stare sul palco un po’ stereotipato da cantante rock; è un modo dove vedi, anche nel tipo di azione. In ognuna emerge l’unicità dell’artista: sono un tutt’uno in quello che fanno.

Coraggioso chiudere con Meredith Monk. Perché questa scelta?

Partire con lei sarebbe stato un po’ strano (sorride, ndr). Delle quattro è la meno conosciuta, però è un esempio straordinario di intelligenza, sensibilità e passione musicale, ma non solo. È stata anche donna di teatro, ballerina, coreografa, ha scritto brani da realizzare in movimento, ha lavorato sulla voce creando un approccio primordiale alla vocalità, che però era più moderno della musica contemporanea. Alcuni suoi brani sono uno shock benefico, aprono una visuale. Ci sono molte cose, soprattutto del suo metodo di lavoro, che sono utili a tutti, al di là di quello che uno fa. Parlerò anche di questo, cioè di come lei organizzi la sua giornata, le sue attività, però non te lo dico adesso (ridiamo, ndr)!

La tua preferita delle quattro?

No, non chiedermelo! Perché ognuna di loro ha qualcosa che mi appartiene e di cui ho bisogno. La cosa bella quando preparo un incontro su un artista è guardare il mondo attraverso i suoi occhi; poi cambio, passando ad un altro, però qualcosa resta dentro e quindi tutto arricchisce.

 

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