Non era facile essere Capote. Nemmeno per Capote.

 

di Jacopo Musicco

Più forte che mani è oggi l’influenza delle opere di Truman Capote sulla cultura contemporanea: il true crime spopola in ogni produzione, dalla televisione alla radio, e tutti guardano a In Cold Blood come punto di partenza per un’analisi del genere.

La presenza dello scrittore – nato a New Orleans nel 1924 – è molto più di un’eco lontana, è un brusio incontrollato e frenetico. E può succedere che questo brusio prenda la forma di un monologo.

Da oggi fino al 12 febbraio va in scena al Teatro Franco Parenti Questa cosa chiamata amore, di Massimo Sgorbani con Gianluca Ferrato nel ruolo di Truman Capote. I due portano sul palco i pensieri più intimi dell’autore americano, alle prese anch’egli con il più naturale, e spesso più complesso, dei sentimenti: l’amore.

Non era facile essere Capote, nemmeno per Capote: omosessuale dichiarato nell’America del dopoguerra, vive l’american dream per poi farlo a pezzi all’interno dei suoi romanzi; spesso viene criticato per le sue opere, opere che però vendono milioni di copie. Tutto ciò a lui non sembra interessare, l’unica vera esigenza è non diventare uno dei tanti phony sbeffeggiati nelle sue storie.

Ad accompagnarlo in questa corsa irriverente e spericolata, in scena, è la Diva per eccellenza: Marilyn Monroe — invisibile sul palco poiché impressa indelebilmente nell’immaginario di ognuno di noi. I simboli di un’epoca, due vite incomprese dal pubblico, che prima decise di ammirarli poi di divorarli. A Marilyn Truman confida il suo animo, mostrando la sua vera (quel true che ritorna) identità di intruso nella coscienza americana.

Il monologo è la scelta perfetta per raccontare un personaggio così umanamente complesso, verboso nelle sue descrizioni letterarie e schivo nelle apparizioni pubbliche. A trent’anni dalla sua scomparsa, Questa cosa chiamata amore assume il valore di uno sfogo pubblico che riporta al centro quell’Io così assente dal suo capolavoro In Cold Blood.

Lo spettacolo scritto da  Sgorbani diventa quindi un’occasione di scoperta, più che di riscoperta, in cui tutto ciò che Truman Capote aveva raccontato attraverso l’inchiostro viene detto ora a voce.

L’eccesso è solo una scusa, un costume da indossare prima di uscire: nell’intimità del palcoscenico siamo tutti circondati da un realtà poetica che non concede nascondigli. Lo stesso faceva lo scrittore nelle sue non-fictional novels: fondere il rigore del giornalismo alla libertà della letteratura per rivelare la realtà dell’essere umano senza rovinarla.

Opporre una figura come Truman Capote al dilagare della post-verità – di cui si sente tanto parlare – è d’obbligo, oltre che necessario. Questo è però solo l’ultimo, e più attuale, motivo per conoscere un genio senza tempo come Truman Streckfus Persons.

 

QUESTA COSA CHIAMATA AMORE

di Massimo Sgorbani
con Gianluca Ferrato
impianti e regia Emanuele Gamba
scene Massimo Troncanetti
costumi Elena Bianchini
produzione Fondazione Teatro della Toscana

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