Inconscio e società: la rivoluzione psicoanalitica di Jung e Neumann

Intervista a Luigi Zoja

 

di Chiara Compagnoni

Una rivoluzione. È questa la definizione che viene data della psicoanalisi del XX secolo da Luigi Zoja, psicoanalista, curatore del volume Jung e Neumann. Psicologia analitica in esilio. A Freud viene attribuito il merito di aver rivoluzionato il campo psicoanalitico un po’ come Copernico aveva rivoluzionato quello scientifico. Con Jung si parla di cambiare punto di vista, non più solo quello del singolare, dell’analisi individuale, ma quello di un inconscio collettivo, di una comprensione universale dell’inconscio umano, che serva a intenderne i movimenti a livello sociale e storico. In questo contesto emerge un terzo personaggio, Erich Neumann, che sarebbe potuto essere protagonista di una finalizzazione di questa rivoluzione se avesse superato i suoi cinquantacinque anni. Purtroppo così non è stato: Neumann, erede e prosecutore del lavoro junghiano, è morto giovane, pur avendo iniziato uno studio complementare a quello di Jung, capace di mantenerne i principi e allo stesso tempo di ampliarne le soluzioni. Neumann è stato paziente, allievo, seguace di Jung. È stato il continuatore del lavoro del suo maestro, e lo è diventato grazie anche a un lungo carteggio che si è sviluppato tra i due negli anni tra il 1934-‘40 e il 1945-‘59. Due fasi di uno scambio fertile, anche se spesso asimmetrico (Neumann scrive moltissimo, Jung è più misurato), che hanno segnato il passaggio dello psicoanalista da un approccio antropologico alla psicologia del profondo al supporto di una cultura ebraica e degli archetipi sia come seguace sia in contrasto con Jung.

Luigi Zoja ha curato l’edizione italiana del carteggio tra i due psicoanalisti nel volume Jung e Neumann. Psicologia analitica in esilio, che presenterà al Teatro Franco Parenti lunedì 23 gennaio alle ore 20.30.

Noi lo abbiamo intervistato per avere un’anticipazione della sua percezione dei due protagonisti della corrispondenza.

 

Qual è la differenza tra la situazione attuale in ambito psicoanalitico e quella che avevano invece introdotto Jung e Neumann con la loro riflessione sull’inconscio collettivo?

Quando ero giovane io mi sembrava che l’applicazione della psicoanalisi alla comprensione della società fosse un po’ esaltata. Che mirasse a creare l’uomo nuovo, a cambiare la condizione umana in generale, dall’alto della teoria. Adesso invece la psicoanalisi è tornata a essere rigidamente considerata, come era alle origini nello studio di Freud, a fine ‘800, uno strumento clinico individuale. Allora, negli anni ‘70, mi sembrava ci fosse un eccesso di onnipotenza dei colleghi che volevano rigenerare tutto con i loro strumenti mentali, mentre adesso invece si attribuisce  eccessiva importanza all’applicazione individuale. La psicoanalisi è tornata a essere uno strumento specialistico, molto limitato.

La psicoanalisi oggi, soprattutto come cura, ha sempre più limiti, perché invece di essere una revisione di tutta la propria personalità, diventa analisi di un sintomo. Si dovrebbe andare in analisi perché ci si vuole conoscere di più, per evitare le contraddizioni che ogni essere umano ha con se stesso. Ma questo avviene sempre meno, a causa dei tempi di oggi che si comprimono. Con l’economia, la tecnologia, internet, la nostra soglia di concentrazione si fa sempre più breve. La gente oggi cerca quello che è il quick fix, mentre l’analisi rimane attività per pochi. Oggi mi sembra che ci sia un approccio troppo rassegnato a questa materia, mentre, come era per Jung, mi piacerebbe che la psicoanalisi avesse ancora un ruolo nella società.

 

Qual è il carattere di Neumann che emerge dalle lettere e in che modo completa Jung?

Ci sono due Neumann: quello del dopoguerra, e quello prima della guerra che va in analisi da Jung. Lui è un personaggio fenomenale. Neumann riprende l’idea di inconscio collettivo, e porta delle innovazioni rispetto al lavoro di Jung. Gli archetipi sono contenuti della psiche simili a quelli che ci sono già nel corpo, agli istinti. La mente forma delle immagini anche se non ci vengono insegnate, come l’archetipo dell’eroe o della Grande Madre. Neumann continua il lavoro di Jung, ipotizza che lo sviluppo individuale, l’ontogenesi, sia un riepilogo della filogenesi, cioè di tutti gli stadi evolutivi attraverso cui l’essere umano è arrivato a essere quello che è. Ipotizza che lo sviluppo della coscienza individuale sia un riepilogo della coscienza dell’umanità, e quindi studia quali sono gli stadi delle formazioni culturali soprattutto attraverso le religioni. Non accetta l’idea di Freud per cui la religione sarebbe solo una sovrastruttura, una copertura degli istinti. Come Jung, che aveva studiato l’arte, la cultura, la religione, pensa che queste attività non siano solo una formazione secondaria, ma che siano un’esigenza primaria e universale. L’uomo non ha solo bisogno di mangiare e di riprodursi, ma ha bisogno anche di questo tipo di attività.

 

C’è anche un forte collegamento all’ebraismo nella riflessione di Neumann, non solo dovuto alle sue origini ma anche alla cultura europea e occidentale: può spiegarci?

Si potrebbe dire con Croce che “non solo non posso dirmi cristiano, ma non posso non dirmi ebreo”, mitteleuropeo, perché è stato quello il grande pensiero del XX secolo, che ha spiegato tutto, e che si vede anche nella corrispondenza tra Jung e Neumann. In Neumann c’è un influsso molto forte che deriva da una riflessione sulla cultura della Bibbia, dell’Antico Testamento, di come si manifesta nella società e nella storia.

Dal carteggio emergono anche le controversie tra i due psicoanalisti, dovute all’ingenua e pericolosissima terminologia di quegli anni, che portava Jung a fare una gran confusione tra razza e cultura, trattandola non come dato culturale ma come dato biologico.

Poiché, come Jung, sostiene che, oltre a quello individuale, esiste un inconscio collettivo che collega tutte le culture in modo universale, Neumann riesce a essere geniale anche in questo senso: è antirazzista, antisessista, tratta a lungo la questione femminile, cercando di sviluppare tutto ed evitando che la psicologia tratti il femminile come “un maschile con il complesso di castrazione” (come era per Freud).

 

 

JUNG E NEUMANN. PSICOLOGIA ANALITICA IN ESILIO

Intervengono
Luigi Zoja, Vittorio Lingiardi, Elisabeth Zoja
Coordina Valeria Cantoni

In occasione della presentazione del volume
Carl Gustav Jung, Erich Neumann. Psicologia analitica in esilio. Il carteggio 1933-1959
a cura di Luigi Zoja, edito da Moretti &Vitali

 

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