La Beatitudine messa nero su nero

di Valeria Claudia Orlando

Fino al 18 dicembre al Teatro Franco Parenti va in scena La Beatitudine, una produzione di Fibre Parallele, compagnia teatrale attiva dal 2006 che vanta giovani personalità pluri-premiate, come la talentuosa Licia Lanera.

 

Beatitudine: (s.f.), perfetta felicità derivante dalla contemplazione di Dio concessa alle anime del Paradiso.

È facile individuare la beatitudine nel dizionario, in quell’asettica definizione scritta nero su bianco. Ma quando il nero si scioglie su un palco che come catrame invischia gli attori e si arrampica sui pochi elementi presenti sulla scena, ritrovare la beatitudine con altrettanta sicurezza diventa impossibile. E allora meglio essere chiari fin dall’inizio: basta scrivere il titolo in grande, sullo sfondo, come a voler ricordare agli spettatori che, nonostante ciò che avviene davanti ai loro occhi, stanno assistendo proprio a La Beatitudine.

Con disarmante realismo lo spettacolo mette in scena la difficoltà di accettare ciò che di più crudele la vita può riservare a ciascuno di noi. Davanti a un mago, le cui parole risuonano nel microfono avvolte da un rumore bianco assuefacente, o forse davanti a un pastore impassibile, che ricorda il Volto Santo di Romeo Castellucci, si consumano e si intrecciano le vicende di Licia, Danilo, Giandomenico e Lucia: non più Fibre Parallele, ma groviglio di intenzioni e fallimenti, di corpi e oggetti, di amanti e figli e madri. E sono proprio le madri, reali o meno, le inconsce vittime di un amore morboso che le spinge a perdere ogni inibizione, a lasciarsi andare, pur restando sempre intrappolate nei loro limiti.

Tra pose plastiche, giochi di luci e battute che si incastrano come pezzi di un puzzle, gli attori corrono una staffetta che si trasforma in un’esibizione corale, la cui eco risuona del rumore dei piatti di ceramica bianca lanciati a terra. Ed è subito catarsi: lo spettatore, entrato in sala sotto lo sguardo vigile e curioso degli attori già presenti sulla scena, si sente liberato dalla sensazione di claustrofobia che nasce da quella prigione che può diventare la vita quando la si passa aspettando un deus ex machina impegnato a domandarsi perché debba essere lui a mettere sempre a posto tutto.

Ed è la musica, in particolare Ara Bàtur dei Sigur Ros, gruppo  islandese che spesso utilizza per i suoi testi il Vonlenska (linguaggio inventato appositamente con lo scopo di esprimere le emozioni tramite l’accostamento armonico di sillabe, il cui nome che potrebbe essere liberamente tradotto come “Speranzese”), a ricordarci che, per dirlo con le parole di Licia, «Bisogna toccare il fondo, prima di risalire».

Cantava Rino Gaetano: «Beati i vivi e i morti, ma soprattutto i risorti».

 

LA BEATITUDINE

di Licia Lanera e Riccardo Spagnulo
drammaturgia Riccardo Spagnulo
con Giandomenico Cupaiuolo, Mino Decataldo, Danilo Giuva,
Licia Lanera, Lucia Zotti
regia e spazio scenico Licia Lanera
luci Vincent Longuemare
assistente alla regia Ilaria Martinelli
produzione Fibre Parallele
coproduzione Festival delle Colline Torinesi, CO&MA Costing e Management e con il sostegno di Consorzio Teatri di Bari – Nuovo teatro Abeliano

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