Nel nome di Testori – intervista a Giuseppina Carutti

Tangorra
a cura di Maria Lucia Tangorra

Di premi, festival, rassegne siamo spesso subissati, ancor più in Italia, e viene spontaneo domandarsi quanti dei premi elargiti servano davvero alle giovani generazioni. Cambiano la vita? O almeno danno una svolta seppur piccola? Difficile rispondere a questi quesiti, senza dubbio sono dei riconoscimenti che supportano – quantomeno moralmente.

Il Premio Giovanni Testori, varato nell’ottobre 2010 e giunto alla sua Seconda Edizione, si rivolge agli under35 e presenta delle peculiarità e una vocazione molto particolari e ben definite. In dirittura di arrivo, prima della proclamazione dei vincitori (domenica 13 dicembre), abbiamo voluto approfondire con una delle ideatrici, Giuseppina Carutti. Nipote dell’autore de L’Ambleto (1972), assistente al Piccolo Teatro per venticinque anni e un curriculum impossibile da sintetizzare in poche righe,  Carutti ci ha raccontato con passione ed entusiasmo cosa ci sia alla base di questo Premio, sottolineando quanto siano importanti le collaborazioni e i sodalizi.

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Come mai è nato questo premio?

Sono quegli appuntamenti con la vita…. Mi sono accordata con mio cugino, Giuseppe Frangi, il quale aveva fatto nascere l’Associazione, e abbiamo dato vita a tutto questo. Io avevo anche realizzato A Milano con Carlo Emilio Gadda che aveva riscontrato molto successo e da lì ho coinvolto anche alcuni esponenti del mondo accademico, avvicinando così quell’ambiente a Testori, offrendo degli spunti di lettura molto forti, partendo dalle pagine d’arte per arrivare a quelle letterarie.

Testori è stato sempre molto attento ai giovani per cui sia l’Associazione Testori che il Premio hanno come priorità quella di far qualcosa di utile per loro. Il Premio ha cadenza biennale e vuole seguire un po’ il suo modo di lavorare, anti-accademico, è un riconoscimento al valico tra le arti, tra letteratura e arti figurative appunto. Testori si metteva davvero in gioco per portare avanti un autore, un pittore ed è bello riscontrare anche questo nei docenti che seguono i ragazzi nelle tesi di dottorato. Tanto più questi professori sono grandi, tanto più sono disponibili e generosi anche nel dedicar loro tempo ed attenzione. Il must di questo Premio sta proprio nel fatto che i ragazzi non arrivino da soli, ma che ci sia un proponente partendo proprio dal binomio maestri-allievi e dall’immaginario che i giovani spesso vengono lasciati soli. Quest’idea è venuta a Roberto Stringa, il Direttore Generale della Fondazione Corriere della Sera.

Noi crediamo che la grande ricchezza di questo Premio sta nell’aver spinto dei sodalizi, sono questi che servono ai giovani.

Sul vostro sito ufficiale balzano all’occhio queste parole: «Ecco l’idea del premio: un modo per proseguire un dialogo, una tensione culturale piena di energia per il futuro, se lo scrittore l’ha saputo leggere con tanto anticipo». Nonostante il disincanto che oggi si percepisce, dovuto alla precarietà, secondo lei c’è ancora questa energia per il futuro?

I docenti mi raccontano che c’è una strana ripresa, vengono fuori cose più belle, ci sono corsi molto affollati. Io sono molto positiva. Sono gli strumenti della cultura, nel senso alto del termine, che aiutano, proteggono e segnano un giovane.

Può anticiparci qualcosa sulla premiazione?

Fino a domenica non possiamo rivelare i nomi dei vincitori, ma posso dire che ci sono stati degli ex-aequo e ciò è sintomatico anche del livello.

Visto che anche un testo di critica d’arte o letteraria può essere considerato scrittura creativa, come potremmo “distinguerli”? Lei vede differenza tra una tesi di dottorato e la scrittura di un testo drammaturgico?

Sostanzialmente non la vedo, nel senso che se un testo vale, se c’è un talento alle spalle, lo si capisce anche dalla scheda di un quadro così come dal testo di un racconto, dipende senz’altro dalla cultura che c’è dietro e da come essa viene elaborata da chi scrive. Di solito, tanto più c’è cultura alta, tanto più ci sono linguaggio e forma.

Nello specifico del Premio Testori le giurie sono ad hoc. Sono presenti degli storici della lingua, dei gaddiani come Paolo Di Stefano, per cui si guarda molto il lavoro sul linguaggio. Testori diceva che la forma è sostanza per cui ritorna anche in questo come guida.

In base anche ai testi che vi sono arrivati, qual è il polso della situazione?

 Le tesi di dottorato sono più forti e credo che questo sia dovuto anche a un tempo di lavoro superiore, oltre che al confronto col docente durante la preparazione. Certo Dante Isella diceva una cosa bellissima: «nessuno nasce calzato e vestito» per cui sicuramente ci vuole la bravura di chi scrive, ma anche un ottimo insegnante, una scuola dietro (ci tiene a sottolineare che si tratta di una sua opinione personale, nda).

Quindi, secondo lei, attualmente ci sono meno maestri sul piano drammaturgico?

La scrittura non s’insegna e questo vale anche per il lavoro dell’attore. Puoi trasmettere un modo di leggere o di farti le ossa, ma poi tutto dipende da come lo si elabora a livello personale. Insegnare la scrittura è qualcosa di astratto. Si può insegnare un autore nell’accezione di leggerlo attentamente, poi qualcosa nasce. Una cosa è certa: è importante leggere gli scrittori nella loro lingua, non tradotti, è così che si forma il senso della lingua. Sempre pensando alla vocazione del Premio mi piace ricordare un pensiero di Testori: «gli attori italiani si devono formare sui repertori».

Riallacciandoci ai gaddiani e al lavoro che aveva fatto con Gadda, immagino che questo sia il collegamento con l’aver voluto Fabrizio Gifuni per concludere la serata con il primo capitolo de “Il dio di Roserio”…

Io credo che sia molto bello vedere questi canali, arte e letteratura, nel pomeriggio e poi chiudere con questo finale del Premio. Rientra nell’ottica di fare un po’ officina, studio e cantiere, non essendo uno spettacolo vero e proprio, e rispettando l’insegnamento di Isella, il quale è stato uno dei fondatori del Salone Pier Lombardo insieme a Testori, Franco Parenti, Andrée Ruth Shammah e Gian Maurizio Fercioni. Gifuni ha già affrontato Testori ne L’Arialda con Mariangela Melato (nel 1998 per la regia di Giuseppe Bertolucci, nda), però questo è il suo primo grande appuntamento con questo scrittore. Ha scelto un testo, Il dio di Roserio, che ha preceduto di poco Ragazzi di vita di Pasolini e i due autori sono accomunati dallo stesso maestro, Roberto Longhi.

Per Il dio di Roserio Anna Banti parlava di “cubismo della scrittura”, riferendosi agli spezzoni di immagini che si scavalcano l’una sull’altra, si tratta di un testo che ha nella componente visiva la sua forza espressiva maggiore.

Per salutare i nostri lettori dando appuntamento a domenica, posso chiederle che ricordo ha del sodalizio Testori-Parenti-Shammah?

Stupendo! Io ero una ragazza proprio come Andrée. Facevo l’assistente all’allestimento de I promessi sposi alla prova e difendevo il testo a spada tratta, non volevo tagli. Quando è arrivato Testori, sentì dire: «no, mia nipote ha sbagliato tutto, tagliamo» (lo racconta sorridendo, nda). Mi veniva spontaneo fare delle piccole “battaglie”, discutere, invece mio zio capiva e sapeva che il teatro è fatto di assenze, non di presenze, di quello che non dici.

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PREMIO GIOVANNI TESTORI II EDIZIONE – SODALIZI NELL’ARTE

domenica 13 dicembre 2015, h. 16.30 – 22.00

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