Čechov, santissimo Čechov!

di Giuseppe  Paternò di Raddusa
di Giuseppe
Paternò di Raddusa

Čechov, santissimo Čechov. Del drammaturgo di Taganrog si è detto tutto, e il contrario di tutto. Ogni volta la considerazione è la medesima: non se ne avrebbe mai abbastanza. Profetico, attuale, generativo: il suo teatro è questo e molto altro. Lo sa bene Fausto Malcovati, docente di Letteratura russa alla Statale di Milano, tra i massimi studiosi del Čechov drammaturgo e di quello “umano”. Autore – tra gli altri – di Il medico, la moglie e l’amante. Come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura (pubblicato nel 2015 da Marcos y Marcos), lo abbiamo intervistato in occasione di un evento cui ogni appassionato slavista, in città, non potrà rinunciare. Mercoledì 7 ottobre alle 18.00, al Teatro Franco Parenti, Malcovati sarà infatti protagonista di Amore e pistola: il destino dell’uomo inutile in Russia, un incontro che lo vedrà in dialogo con Gianpiero Piretto, docente di Cultura russa e Metodologia della cultura visuale alla Statale di Milano. L’occasione è più che speciale: Ivanov, il primo grande dramma di Anton Čechov – nella versione diretta e interpretata da Filippo Dini – è infatti in scena al teatro fino all’11 ottobre. Con Malcovati, a partire dall’opera di Čechov e del suo infelice protagonista, abbiamo parlato di uomini inutili nella tradizione letteraria russa, del futuro della ricezione culturale del drammaturgo russo e di tanto altro. Scoprendo che, in fondo, Ivanov non è per forza un “uomo inutile”.

Fausto Malcovati
Fausto Malcovati

Ivanov è l’ultimo degli uomini inutili per eccellenza della tradizione letteraria russa. Di “uomini inutili” si parlerà anche durante Amore e pistola, l’incontro di cui sarà protagonista insieme al professor Piretto mercoledì 7 ottobre…

No, attenzione. Sa che Čechov diceva che, tutto sommato, Ivanov non rientrava nella categoria degli uomini inutili? Quando tutti i critici del tempo cominciarono a sostenerlo, lui reagì duramente: Ivanov è stato in realtà un personaggio attivo, energico, entusiasta. Poi, però, è subentrata la depressione, l’infelicità di vivere che ha causato lo stato d’animo ad apertura dramma. Diciamo che la tradizione russa di uomini inutili – disinteressati, abulici, incapaci d’inserirsi attivamente nella vita – non riguarderebbe Ivanov, secondo Čechov. È una linea che può essere accettata, ma che l’autore stesso rifiutava. in Russia la tradizione di questi personaggi infelici comincia addirittura con Evgenij Onegin: continua poi con i personaggi di Turgenev, con Oblomov di Gončarov, e via dicendo.

Come nascono “gli uomini inutili”?

Nascono, con ogni probabilità, dal fallimento della rivolta dei decabristi nel 1825 – quindi molti anni prima di Ivanov. Tra il 1820 e il 1825 l’intellighenzia e l’aristocrazia russe vogliono arginare l’autocrazia dello zar. E organizzano delle società segrete per chiedere delle “garanzia costituzionali” –le stesse che l’Europa chiedeva in ogni regime monarchico. La situazione russa è complessa: lo zar era molto più potente che nelle altre monarchie occidentali. Quando scoppia l’insurrezione, Nicola I riesce a sedarla e arresta, esilia o manda al patibolo metà dei nobili e degli intellettuali del tempo. Un fallimento totale: da qui la sensazione che in Russia nulla si possa fare contro questo strapotere, che ogni forma di lotta sia inutile. Questi personaggi ne sono l’espressione più rappresentativa. Lo sapeva bene Turgenev, che conia il termine nichilista proprio per i suoi caratteri: uomini che negano tutto, e che tuttavia non propongono nulla. Siamo al solito punto: è vero che il nichilista rifiuta i valori, ma qual è la via nuova? I personaggi non sanno rispondere, e restano in una condizione di abulica negazione di tutto, che non porta a nulla.

Torniamo al dramma, adesso. Secondo lei qual è la reale modernità di Ivanov?

Una delle ragioni sta nella posizione che assume Čechov nei confronti del proprio personaggio: attenzione, sottolinea lui, non è un uomo che nasce “sconfitto”. Lo diventa perché la vita non lo aiuta ad affermarsi. Nel 2015 un testo come Ivanov è inevitabilmente attuale: mi riferisco al crescente disinteresse della gente per questa politica incomprensibile e distante da noi, al lento decrescere dell’interesse per la vita sia pubblica che sociale. Che in fondo riguarda anche il protagonista, annoiato dalle feste e dagli amici, dal rapporto sentimentale con la prima moglie, e poi anche con la seconda. Noi, oggi, conosciamo bene il venir meno di questo interesse vitale.

cast
Il cast di Ivanov

Ivanov ha un ruolo importante nella vita di Čechov. Lo scrive a ventisette anni, ed è il primo dei suoi grandi drammi. Al debutto, però, fu un fiasco clamoroso…

Andò in scena nel 1887, ed era sostanzialmente una commedia molto divertente. Si concludeva con una prospettiva di felicità per il protagonista, che però moriva a causa di un colpo apoplettico. Non era un finale legato al fallimento, ma a una ragione “biologica”. Al debutto la commedia è un fiasco, è vero: il pubblico è diviso, il teatro lo mantiene in cartellone soltanto per tre repliche. Su consiglio dell’amico ed editore Suvorin, decide di rielaborare l’opera, e di rendere più drammatico il personaggio protagonista. Čechov rielabora, due anni dopo, una nuova versione. Che si rivela un grandissimo successo in uno dei teatri imperiali più importanti di Pietroburgo, l’Aleksandrinskij. La nuova linea si rivela efficace: trasformato in dramma, diventa un successo. Con Ivanov Čechov si avvia verso i suoi drammi maggiori: ci mette sette anni a scrivere Il Gabbiano, che arriva nel 1896 ed è – ancora una volta – un insuccesso clamoroso. Troppe atmosfere, troppe pause: ma c’è un’altra analogia con Ivanov. Due anni dopo infatti Il Gabbiano verrà portato in scena, con estremo successo, da Stanislavskij e Nemirovich-Danchenko.

Giochiamo un po’. Come immagina la ricezione culturale di Čechov tra cinquant’anni?

Čechov è un autore che ha saputo cogliere, all’interno di certi fenomeni della società russa di fine secolo, dei motivi universali. Le faccio un solo esempio: Il giardino dei ciliegi. È vero: fotografa la decadenza della nobiltà russa, l’incapacità dei proprietari terrieri di diventare imprenditori… ma in realtà Cechov ci ha fatto capire che si tratta di un valore simbolico. Noi abbiamo il giardino, che è una cosa “bella”. Non abbiamo più i soldi per mantenerlo, perché siamo improvvidi. Ma il giardino in sé va salvato o trasformato in orribili villette bi-familiari con giardino? Va salvato il bello, anche improduttivo, o va trasformato in qualcosa di negativo perché non si hanno i soldi per mantenerlo? È un problema che Čechov è riuscito a intercettare all’interno di una condizione storica precisa, cogliendone la potenza simbolico. Tra cinquant’anni rappresentarlo sarà egualmente interessante: ha attraversato un secolo in tutti i modi, stimolando registi di ogni genere, dai più tradizionali a quelli d’avanguardia. Inutile nasconderlo: tutte le società, in Čechov, hanno sempre trovato un alimento.

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IVANOV

di Anton Cechov – regia Filippo Dini
con Filippo Dini, Sara Bertelà, Nicola Pannelli, Gianluca Gobbi, Orietta Notari, Valeria Angelozzi, Ivan Zerbinati, Ilaria Falini, Fulvio Pepe
scene e costumi Laura Benzi – musiche Arturo Annecchino, Luca Annessi – luci Pasquale Mari

Mercoledì 7 ottobre h 18.00

Amore e pistola: il destino dell’uomo inutile in Russia
Conversazione tra Fausto Malcovati e Gianpiero Piretto

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