Teatro&Università – Intervista a Roberta Carpani

a cura di Luca Colangelo
a cura di Luca Colangelo

Chiamateci Sik-Sik torna a indagare i rapporti tra teatro e università, questa volta in compagnia di Roberta Carpani, docente di Storia del teatro e Drammaturgia all’Università Cattolica di Milano.

Come si è avvicinata al mondo del teatro?

La passione per il teatro era già presente durante il liceo, partecipando alle compagnie di teatro liceali. È in università, però, che ho conosciuto più nello specifico gli studi teatrali. Infatti, all’Università Cattolica era presente l’indirizzo in comunicazione sociale e una forte tradizione di studi teatrali, dato che il primo insegnamento di storia del teatro in Italia, tenuto da Marco Apollonio, è stato attivato proprio in Cattolica. Grazie anche ai docenti Sisto Dalla Palma, il fondatore del CRT, Anna Maria Cascetta e Claudio Bernardi ho potuto sviluppare e approfondire il mio interesse teatrale.

Roberta Carpani 1

In quale ambito di ricerca si è specializzata?

Qui in Cattolica mi sono specializzata nell’ambito storico-teatrale del teatro barocco, intraprendendo una grossa ricerca sul teatro a Milano e in Lombardia durante l’epoca spagnola nel Seicento. Dopo alcune pubblicazioni, l’attenzione si è spostata anche sull’età austriaca e, dunque, focalizzata sulla parte più settecentesca. Questa è stata la partenza, poi le linee di ricerca si sono ulteriormente ampliate.

Tiene corsi dedicati alla storia del teatro e alla drammaturgia: oltre alle lezioni frontali, come sono coinvolti gli studenti?

Si cerca di coinvolgere gli studenti su molti fronti, primo fra tutti: portarli a teatro! Sono programmate tre uscite a semestre, scegliendo spettacoli che possono aver connessioni con i corsi e i contenuti didattici. L’obiettivo è quello di portarli a vedere diverse forme di teatro, di modo che allarghino il raggio di competenza. Inoltre, gli studenti sono coinvolti facendo venire esperti esterni a lezione, quindi tentando di creare connessioni dirette e contatti e di mostrare dal vivo il professionista che racconta il suo lavoro, che sia artista, direttore, organizzatore o critico teatrale. Questo per quanto riguarda gli studenti della laurea triennale. Il discorso è un po’ diverso per gli insegnamenti della laurea magistrale: si richiede una maggiore frequentazione del teatro, ma anche esercitazioni e analisi sul lavoro degli spettacoli.

Come reagiscono all’esperienza di vedere il teatro e non solamente studiarlo sui libri?

Lo apprezzano molto. Si è cercato di tenere molto ampio il raggio d’attenzione, proprio perché è un passaggio formativo che gli studenti ritengono molto importante. Sulla stessa linea è altrettanto gradito agli studenti il sistema dei laboratori, mantenuto con energia e costanza da quindici anni; possono scegliere liberamente, in base alle proprie inclinazioni, laboratori di scrittura creativa, teatrale, creazione scenica o organizzazione dello spettacolo. Questi laboratori sono condotti prevalentemente da professionisti esterni, come quello di Gabriele Vacis per la regia o quello di interpretazione e scrittura tenuto da Laura Curino. Ciò permette agli studenti di entrare in contatto dal vivo col fare teatro; non c’è più la mediazione del docente, giustamente storica, critica e analitica, ma c’è appunto il “fare”. I due aspetti della conoscenza del mondo teatrale si compenetrano l’uno con l’altro e gli studenti si mettono alla prova. I laboratori permettono di sperimentare e, in certi casi, si capiscono delle vocazioni, come la voglia di scrivere, di recitare, tanto che spesso molti laureati della triennale proseguono come attori, registi, drammaturghi o organizzatori alla Paolo Grassi

Secondo lei, c’è un autore o un testo contemporaneo che ritiene particolarmente formativo per le giovani generazioni?

Ne avrei cento da dire! (ride) Dico Sarah Kane, ma, in realtà, citando lei, cito una nuvola di pensieri, perché ho l’impressione che la formazione non debba passare solo attraverso un singolo testo. Lo stesso Hanoch Levin che abbiamo visto al Franco Parenti è stata una scoperta. Quindi, da un lato, ci sono autori di grande risonanza mondiale e che hanno avuto visibilità, dall’altro, autori meno conosciuti, ma con una cultura teatrale tutta da scoprire.

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