Piccoli Sik-Sik crescono – Intervista a Giuseppe Paternò di Raddusa

di Maria Lucia Tangorra
a cura di Maria Lucia Tangorra

Come tanti giovani, soprattutto del Sud, Giuseppe Paternò di Raddusa ha deciso di lasciare il sole caldo e il cielo limpido di Catania per trasferirsi nella città della nebbia, per poi scoprire, come molti, che è spesso uno stereotipo. In fondo anche nel capoluogo lombardo può esserci tanto sole ancor più quando è possibile coltivare le proprie passioni e inclinazioni nella speranza di farne un lavoro. Siete pronti a scoprire gioie, dolori e aspirazioni di un nostro coetaneo?

giuseppe

 Parafrasando il titolo di una tua intervista a Filippo Timi per il blog di Sik-Sik potremmo dire: “Uno, nessuno e cento Giuseppe” visto che stai spaziando dallo star davanti alla macchina da presa allo star alla tastiera per il tuo impegno di critico teatrale e cinematografico. Quanto queste attività si influenzano reciprocamente?

 Si condizionano nel momento in cui si pensa che possano farlo – e trovo che non sia un percorso corretto da intraprendere perché può dare adito a frustrazioni e ansie superflue. Sono due attività distinte e separate, che indagano lo stesso campo d’indagine, ma in modo differente. Ragionare sul teatro e sul cinema, oggi come ieri, ci consente di lavorare sulla coscienza critica e di non fermarci esclusivamente – e per fortuna – al film o allo spettacolo presi a visione; provare a stare davanti alla macchina da presa, invece, mette in discussione un altro tipo di “impegno”, che coinvolge anche il fisico e non soltanto la mente. Anche se, considerati i metodi di sopravvivenza e lo stress vissuto da chi si occupa di critica oggi, a dirla tutta, non mi sento di escludere la fatica fisica dalle loro esistenze.

Ti abbiamo visto di recente nella webserie “L’apprendista umano” come attore protagonista. Che tipo di esperienza è stata tenendo conto anche dell’operazione low budget?

Faticosa e al contempo appagante. Da un lato la mancanza di budget si è fatta sentire, con tutti gli inconvenienti del caso; dall’altro, nonostante l’assenza praticamente totale di fondi, sono convinto di aver fatto un ottimo lavoro insieme al resto della troupe e a Paolo Casarolli, il regista e ideatore della serie. Trattare un tema delicato qual è quello dell’assenza di lavoro è difficile, farlo in maniera grottesca lo è ancora di più. Lui ci è riuscito. Per quanto riguarda me, ho provato in tutti i modi a non fare me stesso e spero di avere evitato il rischio. Ci sono stati complimenti e ci sono state critiche, ma come prima stagione va benissimo così. Adesso si organizzano molti festival dedicati alle serie web e vorremmo far circolare il prodotto finito.

Visto che hai provato in tutti i modi a evitare di far te stesso… Chi è “L’apprendista umano” per te?

“L’Apprendista Umano” è quel residuo di dignità e speranza che ancora fa capolino nelle nostre esistenze. Nel bene o nel male: è il ragazzo che accetta di lavorare, azzerandosi per trenta centesimi ad articolo ed è anche lo stesso ragazzo, meno fortunato, che rinuncia ai suoi sogni per mettere il pane in tavola e garantirsi un pasto decente. Non c’è una definizione precisa: ognuno, in fondo ha l’apprendista che si merita.

A proposito di questo: molti dicono che ci meritiamo questi tempi, in cui spesso ci dobbiamo accontentare, tu cosa pensi?

C’è anche chi si accontenta e si svilisce notevolmente. Non fa bene alla società né ai suoi coetanei, ma in fondo perché giudicarlo? A nessuno, in fondo, piace accontentarsi.

locandina de l'apprendista umano

Nelle dieci puntate della webserie emerge anche un’ironia di fondo e tu spesso hai sottolineato come sia importante il sapersi prendere in giro – tanto più in questo ambiente – e lo hai mostrato anche nel video per il concorso “Nuovi comici”. C’è qualche episodio de “L’apprendista umano” che senti particolarmente vicino?

Ho a cuore soprattutto il terzo, in cui Giuseppe si scontra con la macchina burocratica, che spesso sa essere stolida. Croci (solo croci, niente delizie!) del nostro being italians di oggi.

Per più di un anno sei stato caporedattore del blog e cartaceo del Teatro Franco Parenti… al di là dell’impegno nel coordinare tutto e tutti, cosa ti porti dietro di quest’esperienza?

Quella di Sik-Sik per me è stata e continua a essere un’esperienza molto bella e piena di bei ricordi. Coordinare il lavoro può essere effettivamente stancante, ma ne è valsa la pena, a livello professionale ma anche umano. Ho conosciuto tante persone, ho lavorato con un gruppo affiatato e simpatico, e – cosa più importante – ho imparato moltissime cose. È vero che non si smette mai di apprendere, ma è anche vero che farlo in un ambiente stimolante e gioioso come quello del Franco Parenti può solo aiutare. È un posto pieno di vitalità e farne parte mi ha reso molto molto felice: sai sempre che, quando ne uscirai, sarai un po’ più felice.

Ancora oggi si emigra da Sud al Nord… Tu hai lasciato Catania, scegliendo Milano come città per coltivare le tue passioni e immagino per cercare un lavoro. Cosa ti ha dato questa città?

Milano mi ha dato tanto, nei pregi e nei difetti che incarna. È una città a cui si vuole bene e che sa voler bene. Che conosce i suoi limiti – comunque pochi rispetto al resto delle altre città d’Italia – ed è quasi ossessionata dalla sua vocazione a “far bene”. Non è una città algida come si crede, anzi; segue però delle traiettorie mirate, ti chiede dei compromessi precisi. Se non ti adegui vieni tagliato fuori. È però lo scotto da pagare per abitare in quello che è forse l’unico posto realmente europeo che abbiamo in questo Paese.

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Ti interessi di critica così come di scrittura creativa avendo elaborato dei soggetti e hai l’interesse della recitazione, hai voglia di coltivare ognuno di questi campi a livello professionale o nel tempo hai scelto quale percorrere?

Per adesso ho ventisei anni, e la fortuna di voler provare a intraprenderli tutti con discreta serietà. Scrivere per me è più interessante di recitare, ma non è detta ancora l’ultima parola. L’ideale sarebbe recitare qualcosa che ho scritto io, ma non so se ho raggiunto ancora la giusta maturità per poterlo fare…

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Con i ragazzi di Cinebaloss – la società che produce “L’Apprendista Umano” – stiamo lavorando a diversi progetti. In più ho scritto «Filippo Romeo», una sceneggiatura per il cinema. Spero di trovare presto un produttore perché sono convinto si tratti di una storia che potrebbe funzionare. Racconta di un ragazzo, Filippo, che scrive reality show di bassa categoria. Un giorno viene licenziato per aver oltrepassato il limite di decenza ed è costretto a tornare a Catania da Milano. Viene di nuovo catturato da quell’universo indolente e placido da cui era fuggito anni prima e capisce, suo malgrado, che invecchiare non vuol dire crescere.

Cosa sono per te il “gioco” del teatro, del cinema e della scrittura?

Come per ogni gioco che si rispetti, la componente incognita, non conosciuta, è quella più interessante. Il gioco è tutto quello sul teatro, sul cinema o sulla scrittura che ancora non conosco e che posso ancora scoprire. Altrimenti sarebbe tutto troppo calcolato e prevedibile, no?

Il sito ufficiale della webserie: http://www.apprendistaumano.com/

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