Aiuto! Come devo vestirmi per andare a teatro?

A cura di Ginevra Isolabella della Croce
A cura di Ginevra Isolabella della Croce

Forse non ci crederete, ma questa preoccupazione tormenta il web. Basta digitare su Google (o meglio ancora Yahoo, per il noto ricettacolo di difficoltose e significative controversie del calibro di un essere o non essere, Yahoo answers) ‘teatro’… ‘vestiti’… e simili ed ecco che un fiume di link e dibattiti sulla questione vi faranno ritrovare alle 19:00 svestite e confuse (e pure svestiti e confusi) e con l’acqua alla gola per uno spettacolo che inizia di lì a poco. E sareste persino capaci di inventarvi una scusa pur di non fare brutta figura dinnanzi a una platea che vagheggiate più preparata di voi.

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Ma, suvvia, vi veniamo incontro noi! Non vorremmo mai che vi perdeste una buona serata a teatro, né tantomeno l’appuntamento galante che potrebbe cambiarvi la vita.

Iniziamo subito dicendo che: non ci sono regole, o quasi.

Fra i tanti accesi rimproveri all’usanza di vestire eleganti per andare a teatro, e specie alle prime – vuoi perché non avrebbe più senso oggi (? Mi limito a riportare quel che ho letto!), vuoi perché non è buon costume (questa la cito per lo spassoso gioco di parole), vuoi perché gli abiti cosiddetti eleganti sono spesso dannatamente scomodi a cominciare dai tacchi (io, dal canto mio, trovo che le ballerine siano l’unico vero classico e insuperabile, femminile, s’intende) – ne ho trovato uno di sdegno verso una disposizione del 2007 del Teatro alla Scala che consigliava vivamente di adottare un “abbigliamento consono al decoro del teatro”. D’altra parte Paolo Grassi ricordava che Lenin aveva fatto la rivoluzione in giacca, cravatta e panciotto. E poi le usanze della Scala le conoscono tutti e non sono nemmeno troppo vere: ho visto fior di abbonati e intenditori in blue jeans, su al loggione.

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Certo, bisogna distinguere le prime dalle altre serate: a un’immaginaria prima collettiva meneghina, usciti dalla Scala fra mussole e taffetà, attraversiamo la strada e percorriamo via Manzoni fino al Teatro Manzoni, e quante paillettes e luccichii, pellicce e bolerini per questo pubblico di… anta. Ad attenderci all’Out Off, una composita platea di casual di tutte le età. All’Elfo Puccini li vedo più estrosi, sui toni dell’arancione, strani turbanti in testa e ninnoli alle orecchie. È la volta “dei piccoli”: in via Rovello impazzano i dandy, corro al Teatro Studio, in due minuti son lì: niente di appariscente. Mi volto verso lo Strehler: un girone infernale (gli smodati…?) si rovescia sulle gradinate, verso l’ingresso – milanesi in paletò spigati, studentesse dalle scollature spietate, signore incipriate elegantissime e signore incipriate involontariamente meno eleganti, barbe bianchissime, sguardi severi di vecchi fedelissimi dietro una raffinata sobrietà. Passo dal Carcano: scolaresche di creste e code di cavallo da una parte e gruppi di signore dalle acconciature decisamente retrò dall’altra. Come sempre trafelatissima, arrivo al Franco Parenti. Gonne, gonnone, più lunga è meglio è (e più è scomoda, da infilare sotto la poltrona). Velluti, sete, cachemire, pelli scamosciate, fantasie floreali o a righe. Alcuni li chiamano radical chic, però c’è da dire che sono eleganti.

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