La “chiamata” di Aristofane – Intervista a Martina Treu

di Alessia Calzolari
a cura di Alessia Calzolari

L’indagine di Chiamateci Sik-Sik sul rapporto tra teatro, scuola e università continua con un’intervista alla prof.ssa Martina Treu, docente presso lo IULM di Milano, che affianca all’attività didattica collaborazioni alla scrittura di drammaturgie di ispirazione classica, oltre che l’attività di critica teatrale per diverse riviste di settore.

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Visto il suo profilo, la prima domanda è d’obbligo: è nato prima l’amore per il mondo antico o per il teatro?

Io faccio questo lavoro – insegno Arti e drammaturgia del mondo classico dopo essermi laureata in Storia del Teatro e della Drammaturgia Antica a Pavia – proprio perché mi sono innamorata del teatro. Ho fatto il liceo classico, ero appassionata di greci e di latini, ma non avrei mai pensato di fare neanche lettere classiche, se non avessi avuto una specie di “chiamata” quando sono andata a vedere per la prima volta Aristofane. Era Le donne a Parlamento. Ho poi avuto la fortuna di leggere il testo solo dopo averlo visto in scena e credo che questo sia fondamentale. In questo caso Aristofane è stato prima uno spettacolo e poi un testo. Questo approccio, ancora adesso, è basilare per me: gli spettacoli prima vanno visti o immaginati in scena, non bisogna leggerli solo come puri testi.

Che ruolo hanno avuto la scuola e l’università nel farla avvicinare al teatro?

La scuola e l’università sono state fondamentali, nella mia famiglia, purtroppo, il teatro non aveva particolare credito. È stata la scuola a organizzare laboratori teatrali e, soprattutto, a portarci a Siracusa per vedere le rappresentazioni classiche dell’INDA (Istituto Nazionale Dramma Antico, ndr) che è stato l’altro grande evento della mia formazione. Andare in gita a Siracusa è una cosa che io raccomando a tutti gli insegnanti, anche a quelli dell’università. È un’esperienza mistica: sedersi su quelle pietre, vedere gli spettacoli, partecipare al clima della manifestazione, inclusa la sua preparazione, andare gli incontri con gli attori, con i registi… È l’esperienza più simile ai festival dell’antica Atene che si possa fare.

Lei insegna “Arti e drammaturgia del mondo classico” agli studenti di turismo e di comunicazione nei mercati dell’arte. Come si avvicinano, quindi, studenti che non si occupano né di teatro né di cultura classica alla sua materia così specialistica?

Credo che la mia funzione sia soprattutto quella di sviluppare un’attitudine critica, che poi può essere applicata al mondo antico o ai diversi campi, come il turismo, la comunicazione, l’arte.

Facciamo un passo indietro: che preparazione e/o sensibilità al teatro hanno i suoi studenti? Sappiamo che, purtroppo, la scuola riserva tendenzialmente poco spazio a quest’arte. Ciò nonostante la scuola riesce a lasciare qualcosa ai ragazzi?

L’unico vero modo con cui secondo me la scuola lascia il segno oggi è organizzando delle attività teatrali al suo interno, affidate a professionisti, o anche a un insegnante con una minima preparazione teatrale. Fare teatro in prima persona con i ragazzi ha un valore terapeutico, cementa una classe, crea coesione all’interno di un gruppo in un’età difficile come l’adolescenza. È una cosa socialmente molto importante, perché aiuta a stare con gli altri, a lavorare con gli altri, a costruire qualche cosa.

Lei si occupa anche di drammaturgia contemporanea d’ispirazione classica e allestimenti moderni del dramma antico. Che spazio viene dato al dramma antico dai teatri milanesi? Le proposte riescono ad avere appeal anche per un pubblico giovane?

Molti teatri milanesi propongono spesso adattamenti o riscritture di testi antichi. Mediamente, in una stagione teatrale, io riesco a portare gli studenti a vedere almeno una decina di spettacoli più o meno vicini all’antico: credo che sia una buona media. La difficoltà è quella di proporre questo tipo di teatro nel modo adeguato. Bisognerebbe riuscire a trovare dei canali di comunicazione con le scuole che consentano una programmazione sulla lunga distanza. Fondamentale è poi ragionare sugli spettacoli. Secondo me un grosso lavoro può essere fatto a monte. Per esempio, mi ricordo che il Teatro Franco Parenti aveva organizzato le stagioni in base a dei percorsi tematici, in modo che fosse possibile trovare dei filoni conduttori, legati al tema o al modo in cui veniva trattato un argomento, in grado di fornire una guida per lo spettatore. L’idea, quindi, è quella di seguire un percorso che attraverso 4-5 spettacoli possa lasciare negli spettatori, anche giovani, un segno affinché, una volta finita la scuola, finita l’università, continuino a frequentare i teatri autonomamente.

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