Dire la verità – La serra di Harold Pinter

Elisa Beretta Pinter
di Elisa Beretta

Credo che, malgrado gli enormi ostacoli, essere intellettualmente risoluti, avere una determinazione feroce, stoica e irremovibile nel voler definire, in quanto cittadini, la vera verità delle nostre vite e della nostra società sia un obbligo che incombe su tutti noi. È anche un imperativo.

Così si esprime Harold Pinter nel dicembre 2005, nelle battute finali del suo discorso in occasione della consegna del Premio Nobel per la Letteratura, dopo un’attenta analisi degli equilibri di forze e poteri politici e sociali presenti sullo scacchiere mondiale in quel preciso frammento di storia. Discorso che, per altro, non smentisce la completa devozione dell’autore alla causa dell’incessabile ricerca della verità che si cela dietro ai giochi di potere. Infatti, la motivazione della scelta del drammaturgo inglese per la più alta delle onorificenze, come spiega l’Accademia di Svezia, è che «nelle sue commedie Pinter rivela il baratro che si nasconde sotto le chiacchiere di tutti i giorni e si fa strada nelle stanze più segrete dell’oppressione».

Ed è proprio questo il tratto fondamentale dell’opera pinteriana, incisivo a tal punto da meritare il conio di un aggettivo che ne sottolinea l’unicità: pinteresque. Ciò che il drammaturgo vuole venga sottolineato è la quotidianità di una routine sociale dietro alla quale si celano la minaccia e l’ambiguità della natura umana, l’oppressione di un potere coercitivo supportata da un fallimento recidivo nella comunicazione, che conduce alla sottomissione, all’isolamento, alla repressione dell’individualità e dell’espressione.

harold pinter
Harold Pinter

Con queste premesse, esemplare unico e magnifico è La serra, scritta nel 1958 ma “lasciata da parte per ulteriori riconsiderazioni e con nessuna intenzione di portarla in scena in quel momento” (Harold Pinter, Nota dell’Autore, ne La serra, Faber&Faber, 1980). Nel 1979, ventun anni dopo la sua genesi, Pinter la rilegge e decide, a ragione, che vale la pena portarla sul palcoscenico.

Quelli che sembrano normali “ospiti” di una casa di riposo si rivelano essere pazienti di un ospedale psichiatrico con stanze-celle chiuse dall’esterno, privati completamente della propria libertà fisica e di espressione, della propria individualità, e persino del proprio nome, sostituito da numeri a quattro cifre. Metafora di una classe sociale sempre più repressa, censurata e limitata, i pazienti si pongono perfettamente in contrasto con l’equipe medica specializzata, rappresentanti “illuminati” delle venerabili classi dirigenti della società. L’esplicita ambizione e quella tendenza evidentemente naturale al potere guidano lo spettatore in un percorso di intrighi e illusioni che culminano in un finale inaspettato ma decisamente emblematico.

La peculiarità e, allo stesso tempo, la raffinata bellezza di questa pièce, come di gran parte della produzione pinteriana, sta nel rifiuto della rappresentazione fisica ed esplicita della violenza, a sottolineare l’insidiosità, l’ambiguità e la natura subdola del potere. Le situazioni sono quotidiane, avvolte da un alone di mistero a volte angoscioso. I personaggi si esprimono attraverso un dialogo teso e serrato, con ritmi precisi, parole mai lasciate al caso, ma scelte per creare un’atmosfera apparentemente naturale e familiare per poi essere completamente ribaltate di senso e andare a rimpolpare la sensazione di incomunicabilità della realtà. Fondamentale diviene il silenzio, spesso parte integrante del dialogo, talvolta protagonista indiscusso.

Ancora una volta, la forza di quest’opera, di cui Pinter ha fatto la sua cifra, sta nell’assurdità di una situazione apparentemente normale, che si pone l’obiettivo di sottolineare quei contrasti interni alla società stessa che nascono dall’oppressione di un potere sconsiderato, scorretto, antisociale. Il teatro si fa denuncia e critica, analisi indiretta dell’umanità e dei suoi vizi.

La potenza del teatro pinteriano diviene comprensibile e completa nel momento stesso in cui se ne riconosce l’attualità. È proprio grazie al suo rinnovo e riadattamento ai tempi à la page che esso vive nella sua piena realizzazione. E il regista Marco Plini ne ha compreso la portata unica e assoluta, decidendo di portare, dal 27 gennaio al 1 febbraio 2015, proprio La serra sul palcoscenico del Teatro Franco Parenti.

L’intensa carriera di questo giovane artista si inserisce perfettamente nel contesto di ‘ricerca della verità’ su cui Pinter ha fondato il suo teatro. Con spettacoli come Le vie del cielo, Himmelweg di Juan Mayorga e Ifigenia in Aulide di Euripide, Plini ha dimostrato una particolare inclinazione verso tematiche che riflettono quel senso di oppressione e di minaccia tanto cari al drammaturgo inglese.

Non ci rimane, dunque, che far rivivere La serra in tutta la sua contemporaneità. Andando a teatro.

27 gennaio – 1 febbraio 2015

LA SERRA

di Harold Pinter

regia di Marco Plini, con Mauro Malinverno, Valentina Banci, Luca Mammoli, Fabio Mascagni, Giusto Cucchiarini, Francesco Borchi, Elisa Langone

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