Confessioni di una Prof. – Il fallimento si impara a scuola

di Gaia Vimercati
di Gaia Vimercati

Il fallimento è inciampo, sconfitta e insuccesso: ma formazione e progresso, tuttavia, si muovono necessariamente sulle sue tracce. Lo sostiene Massimo Recalcati, psicanalista e docente universitario, che nel saggio L’ora di lezione – Per un’erotica dell’insegnamento, pubblicato da Einaudi (alla quarta ristampa) delinea il profilo di una scuola smarrita, che da una parte sembra sgretolarsi sotto i colpi di un destino ormai inesorabile, ma che dall’altra riesce ancora ad aprire mondi grazie al suo cuore pulsante. Rappresentato, per l’appunto, dall’evento che dà titolo al libro.

Quand’è che un docente fallisce? E un allievo? E soprattutto: può un’ora di lezione cambiare davvero la vita? Lo abbiamo chiesto ad Antonella Colussi, dal 1985 docente di lettere in un liceo classico della provincia milanese. Il 21 gennaio, invece, lo chiederemo a Massimo Recalcati, durante la lezione magistrale che terrà in occasione dello spettacolo I giocatori, di Pau Mirò.

Che relazione c’è tra scuola e fallimento? Il ritratto di una scuola ‘smarrita’, come la definisce Recalcati, è il ritratto di una scuola che ha fallito?

 Quando si parla di fallimento, soprattutto nella scuola, bisogna stare molto attenti alle generalizzazioni. Però sì, per me la scuola di oggi come istituzione fallisce in un punto specifico: nel rimuovere contenuti, stimoli, e soprattutto tempo, a docenti e ragazzi. La didattica deve essere l’unica preoccupazione dell’insegnante; eppure la classe docenti si dimena invano tra faccende burocratiche al limite del kafkiano. L’apprendimento, per sé, è un procedimento lento, e i ragazzi hanno bisogno di tempo, e di digerire i contenuti. Nella scuola di oggi il progresso tecnologico – che pure stenta ad affermarsi come realtà – è un ottimo incentivo per l’apprendimento, ma la scuola deve capire che un computer non può sostituire il cervello. Tempo e costanza sono i requisiti di un apprendimento efficace e soprattutto umano. La cultura per me è come un colle: più sali più vedi lontano. Ma sul colle si sale piano, a fatica, passo dopo passo. E, come in latino e greco, non esistono scorciatoie!

TRUFFAUT DEF
Un’immagine da I 400 colpi (1959), di François Truffaut

È d’accordo con Recalcati quando sostiene che l’ora di lezione è ‘tutto ciò che resta della scuola’? Quando l’insegnante instaura una relazione feconda tra l’alunno e il sapere?

 Assolutamente d’accordo. Da docente capisco di avere fatto il mio dovere quando, durante un’interrogazione, sento parole diverse dalle mie dietro cui si cela un pensiero autonomo che io ho contribuito a far nascere. Io personalmente non ho l’ambizione di raddrizzare la vite storta. Ne Amo sì la stortura, ma mi considero più come qualcuno che getta dei semi, in attesa che la vita faccia il resto. Qualcuno di questi semi nasce e fiorisce. Quando dentro la fioritura di un ragazzo c’è anche solo un piccolo pezzo di me, so di aver lavorato bene.

Cosa deve saper insegnare l’ora di lezione, al di là dei contenuti specifici della didattica?

 Senso critico e umiltà intellettuale, sempre.

Quand’è che l’ora di lezione si rivela un fallimento? Quando, invece, ha successo?

 Qui cito Recalcati: L’ora di lezione fallisce quando non riesci a far diventare il sapere oggetto del desiderio, e questo accade quando il tuo sapere non reca oggetto del tuo vissuto umano. C’è una dimensione personale che entra sempre in gioco quando spieghi qualcosa. Sempre. Quando questo non c’è, lì fallisce l’ora di lezione… e i ragazzi iniziano a ripetere a memoria. Ma quando i ragazzi sono con te, te ne accorgi, eccome! C’è una tensione fortissima, un silenzio sfrigolante. Lo stesso vale per lo studente: l’ora di lezione ti cambia la vita quando le parole di un professore ti mettono in crisi con quello che senti, col tuo vissuto di ragazzo.

Ha mai pensato di aver fallito come docente?

 Purtroppo sì, e ai miei fallimenti saprei dare nome e cognome. Sul fallimento di un insegnante però non si può mai generalizzare, perché è sempre individuale. Pende su certe persone, e naturalmente su quelle persone che non se lo meritano. Per me il supremo fallimento è quello umano, ed esso si articola precisamente in due momenti: nella delusione e nella mortificazione dello studente. La mortificazione è, fra tutte, la cosa più grave. E un professore si accorge sempre quando questo accade.

Cosa sente di dire ai suoi colleghi, presenti e futuri, a proposito di fallimento?

 Mai dire ad un ragazzo che ha fallito! Chi sono io per giudicare, per decretare un fallimento? Questa è la suprema mortificazione, e dalla mortificazione è difficile riscattarsi. Il voto a scuola è sempre un voto sulla prestazione, sulla performance. Io non giudico la persona. La scuola e la vita si intrecciano, ma non sempre vanno di pari passo… e il mondo, là fuori, è pieno di occasioni di riscatto che non spetta alla scuola giudicare.

Mercoledì 21 gennaio, ore 18

Elogio del fallimento 

Lezione magistrale di MASSIMO RECALCATI 

per il ciclo Il piacere del testo

progetto a cura di Irene La Scala

Informazioni e prenotazioni: 02.59995206

Teatro Franco Parenti, via Pier Lombardo 14, 20135 Milano (MI)

http://www.teatrofrancoparenti.it

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