Io, Filippo e Skianto: Diario di un incontro, parte III

di Andrea Di Donna
di Andrea Di Donna

Terza puntata

(cliccare qui per il link alla prima)

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Durante la prima metà del 2012 studiavo Leopardi. All’università dovevo dare un esame su di lui. E così colsi l’occasione per dedicarmi nuovamente, ma questa volta a fondo, all’unica cosa che avessi realmente appreso al liceo. Continuavo a scrivere canzoni, ma l’avvocato mi disse che non era il caso di pubblicare niente, se avevo intenzione di rescindere il contratto con i miei produttori: dopo l’esperienza del Valle e il primo incontro con Filippo, avevo deciso che non dovessero più esserlo. Mi sentivo perso, in trappola, in balia di un destino inevitabilmente tragico. Per due anni il mio pensiero costante fu: «Questi non mi libereranno mai. Resterò vincolato a loro per sempre». E in effetti avevo tutte le ragioni per crederlo, dato che, come appresi troppo tardi, il contratto durava 13 anni.

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Andrea Di Donna (foto di Fabio Corradi)

 Nel 2013, verso la fine di settembre Filippo mi telefonò. La sua chiamata giunse come una festa della liberazione. Avevo infatti sciolto il contratto discografico solo qualche mese prima. Era tanto che non ci sentivamo . Una sera come un altra, tornato a casa, avevo inciso, con un registratorino di bassa qualità, una cover dei Great Lake Swimmers, Moving, shaking. La inviai a Filippo per mail, scrivendogli che suonarla mi faceva pensare a lui. La mattina del giorno seguente il cellulare squillò, e sulla schermata lessi il suo nome. Il cuore mi batteva all’impazzata. La prima cosa che mi disse fu: «Che cosa stai facendo?», e io risposi, «Niente!». Qualunque cosa stessi facendo non aveva più importanza. Filippo mi voleva nel nuovo spettacolo che stava preparando: Skianto.

La prima cosa che pensai quando vidi Filippo provare è che egli ha bisogno di riempire lo spazio di mille cose per poi arrivare a capire che ne basta una sola. Persino la scena più opulenta è ricca di essenzialità. Ogni elemento della scena, ogni azione, sono destinati ad evidenziare la propria dose di eccessività, per poi privarsene. Lo spettacolo quando va in scena non è mai completo. Egli tradisce sempre intenzionalmente l’ assenza di completezza, come a chiedere al pubblico «aiutatemi a capire cosa non va» Egli non gode mai di una vera mondanità. Ogni cosa che accade è per lui un potenziale evento destinato ad ispirarlo. La sua mente e il suo corpo non sono mai in pace. Egli vive in uno stato di perpetua inquietudine.

Nell’ottobre del 2013 mi recai a Milano. Dovevamo provare. Ero emozionatissimo. Stabilimmo in 10 giorni la struttura base dello spettacolo. A fine settembre avevamo trascorso un intenso pomeriggio al Franco Parenti. Filippo mi aveva spiegato brevemente il tema dello spettacolo, e con un suggeritore alle spalle, Dennis Garcia, che nella prima tournée, svoltasi tra Marzo e Aprile (2014), avrebbe ricoperto la funzione di aiuto regista e autista, si esibì davanti a me per mostrarmi tutto concretamente. Il dramma e l’allestimento in principio erano molto diversi da quelli che si rivelarono nelle prime repliche. Il dramma e l’allestimento della prima tournée erano di gran lunga diversi da quelli attuali: stabilire queste differenze ha esclusivamente una funzione convenzionale. Il teatro di Filippo, infatti, non è mai lo stesso. Ogni replica è diversa.

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Filippo Timi e Andrea Di Donna

Citando quello che scrisse Feuchtwanger sul modo di lavorare di Brecht negli anni ’20, «L’ultima versione è sempre l’ultima, prima di un’altra». Durante le prime prove, Filippo mi chiese di fargli ascoltare i brani che secondo me potevano conciliarsi con l’atmosfera complessiva del dramma. Fu colpito in particolare da due mie canzoni: Half of you e Kind to you. Era deciso. Le avrei suonate nello spettacolo. Quando gli dissi che ai tempi i miei produttori non le avevano minimamente prese in considerazione, lui reagì severamente aggrottando le sopracciglia: «Ma sono pazzi?! Le compro io!». Pronunciando quelle parole la sua voce risuonò come il megafono di un’insurrezione mondiale. Ero entusiasta. Decidemmo insieme i momenti in cui piazzarle nello spettacolo, dove sarebbero dovuti avvenire quelli che lui chiamava «i nostri incontri». Mi abituai in poco tempo all’idea che stavo preparando uno spettacolo con uno dei registi e degli attori più grandi del mio tempo. È facile con Filippo abituarsi.

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