Io, Filippo e Skianto – Diario di un incontro, parte II

di Andrea Di Donna
di Andrea Di Donna

Seconda puntata

(cliccare qui per il link alla prima) 

Sin da piccolissimo non ho fatto altro che ascoltare musica, sempre, sempre, sempre. Non mi sento un bravo chitarrista, né un grandioso cantante, semplicemente perché non mi sono mai impegnato veramente. Ho in mente sempre le stesse canzoni, le più belle; e le canzoni più belle sono anche le più facili da suonare. Suono sempre quelle. Per questo motivo non ho mai ricevuto il serio stimolo a ricercare sonorità diverse. A volte ci ho provato. Ma la semplicità dei brani che ho ascoltato sin dell’infanzia torna sempre a galla, e di fronte al suo risorgere finisco sempre per perdere la concentrazione e regredire nella malinconia. So con certezza che questo non può giustificare il mio atteggiamento, che ha a che vedere prevalentemente con una perpetua pigrizia.

Filippo Timi e Andrea Di Donna in uno scatto di Erika Baini
Filippo Timi e Andrea Di Donna in uno scatto di Erika Baini

Mio padre ama il jazz, soprattutto quello più inascoltabile, che ti fa dire: “ma cos’è questo casino!”. La domenica pomeriggio si piazza sulla poltrona, afferra un libro o un giornale, e si mette a leggere con quella ‘roba’ nelle orecchie. Poi arrivo io e gli chiedo in romanaccio: «‘A papà che stai a fa’. Lui, non capendo quasi mai le mie parole, si leva le cuffie e risponde con espressione paga: «Cosa?». Mi sono sempre chiesto come faccia a capire ciò che legge con quell’infinità di modulazioni continue nel cervello. Eppure capisce a pieno. Sono convinto che il Jazz impedisca agli affetti di estremizzarsi. È una musica salutare per certi versi. Tom Waits, Charlie Christian, Gershwin, Kurt Weill e Hans Eisler li amo, come amo tutto il jazz melodico. Ma quello che ascolta mio padre non lo comprenderò mai. Mia madre ama il rock e il pop. Come si sia trovata con mio padre è un mistero.

Torniamo a noi. Il giorno in cui al Valle occupato Filippo mi venne incontro per farmi i complimenti portò con se qualcosa di nuovo. Spazzò via d’improvviso ogni mia paura, ogni mia insicurezza. Mi invitò a casa sua. Al tempo stava girando Com’è bello far l’amore, e quindi abitava a Roma. Il citofono era rotto, e quindi, una volta trovato il numero civico, chiamai il suo nome dalla strada. Filippo alloggiava in un appartamento in zona Monti. Vidi spuntare la sua faccia dal balcone dell’ultimo piano. Disse «Andri! Sali!». Già si era stabilita una bella confidenza. Bastò quella risposta a dimostrarlo.

La prima cosa che ricordo, una volta uscito dall’ascensore fu la totale invasione di un’irrequieta pace. Ci bastò poco per dirci chi eravamo. Il suo volubile vocione poteva oscillare dai bassi agli acuti nell’arco di pochi istanti. Quando gli raccontai della mia esclusiva discografica e dei vincoli postimi dai miei produttori alla libera creatività, reagì immediatamente con stupefacente opposizione. Esclamò subito: «Cosa ?! No tesoro, chi se ne frega! Tu devi fare quello che ti pare». Dal sorriso più splendente giungeva a mostrare la sua contrarietà aggrottando le sopracciglia e assumendo un espressione del tutto nuova. Durante l’incontro a casa sua, in cui parlammo di tutto e di più, pensai: «Ok, ora non me ne andrò mai più da qui, fuori da questa casa c’è il male».

Quando ci separammo, per me fu dura. Temevo che la speranza, l’ardore e la passione che mi aveva infuso quel pomeriggio sarei riuscito a conservarli solo a stento. Ho sempre avuto la fobia di perdere quel che provo di bello. Arrivato il momento di salutarci, Filippo mi disse: «Andri, io sono qui, chiamami o vieni quando vuoi… Sappi che qui troverai un valido rifugio». A volte quando Filippo ti parla il sogno di una vita meravigliosa diventa esaudibile. Tutt’ora, quando sono indeciso se fare qualcosa che da un lato sono convinto vada assolutamente fatta, lo chiamo solo per sentirmi dire fallo!.

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