L’arte del distacco

Intervista a Marcello Ghilardi

 

Nel corso del suo svolgimento, il ciclo Di-pendenza-da ha seguito una curva in grado di «abbracciare» le sfaccettature dell’animo umano in relazione a un percorso di ricerca e identità che considerasse la sua indiscutibile connessione ai gioghi della dipendenza. Attraverso un andamento che ne ha analizzato forme e strutture in campi d’indagine eterogenei, la parabola adesso conclude il suo arco svoltando decisa in direzione di un varco significativo rispetto alle riflessioni iniziali: è possibile vivere il proprio desiderio senza lasciarsene distruggere, e accedere a una disposizione nei confronti del sé che non lo riduca a un ego autonomo, rigido e autarchico?

Se ne discute durante l’ultimo incontro del ciclo, il caffè filosofico Dipendenza dalle passioni e distacco dall’io, lunedì 16 giugno alle 18.30 negli spazi della Piscina Caimi, al Teatro Franco Parenti. Abbiamo intervistato il relatore, Marcello Ghilardi: filosofo e orientalista, formatosi presso le Università di Padova, Milano, Parigi, Palermo, Pechino e Kyoto, svolge attività di ricerca all’Università di Padova, è stato visiting scholar presso l’Università di Hong Kong, e traduttore e curatore dei testi, tra gli altri, di Ernst Cassirer, François Jullien e  Nishida Kitaro. Affianca alla ricerca filosofica quella pittorica, ed è autore di diverse pubblicazioni dedicate ad aspetti trasversali della cultura nipponica, come Cuore e acciaio. Estetica dell’animazione giapponese (Esedra, 2003), Filosofia nei manga (Mimesis Edizioni, 2010) e Arte e pensiero in Giappone (Mimesis Edizioni, 2011).

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Il suo percorso teorico intreccia  la pratica filosofica allo studio della cultura orientale, in particolare il pensiero cinese e giapponese: cosa l’ha spinta su questa strada?

Il mio interesse per l’interrogazione filosofica mi ha spinto a ricercare un modo per interrogare la stessa filosofia a partire da una “esteriorità” culturale e linguistica. Detto in altro modo, la domanda di fondo che ha animato fin dall’inizio i miei studi si lega all’identità e al suo rapporto con l’alterità: per questo motivo la vocazione a un itinerario di ricerca (che, come tutte le vocazioni, resta sempre un po’ misteriosa) si è incanalata in un cammino «tra» Oriente e Occidente, nel tentativo di costruire ponti o di tessere un filo che potesse aiutare non solo il confronto di pensieri diversi, ma che illuminasse la pluralità e l’alterità interne alla stessa identità di ciascuno, che non esiste se non nella relazione e nell’apertura all’altro.

«Dipendenza dalle passioni e distacco dall’io» è il titolo del suo caffè filosofico: può anticiparci alcune delle questioni-chiave che saranno affrontate? 

In un’epoca in cui sembra che la soggettività sia sempre più dominata da pulsioni, dal consumo e dalla incapacità di accettare la distanza e la mancanza – che in realtà sono costitutive per una soggettività sana e vitale – è importante riuscire a percorrere strade e forme di comportamento tramite cui vivere il proprio desiderio senza lasciarsene distruggere, accogliere la dimensione passionale che ci fa vivere senza diventarne preda. Alcune tradizioni di pensiero, sia occidentali che orientali, si offrono come occasioni per progredire non negando ma integrando e fecondando la passione e il desiderio, procedendo con essi per espandere le proprie qualità e aderire così alla vita. Condizione indispensabile per un itinerario di questo tipo è una disposizione nei confronti del sé che non lo identifichi e lo riduca a un ego supponendolo autonomo, rigido, autarchico. Il distacco dall’ «io» non indica dunque una sua negazione, ma una sua apertura, uno scioglimento delle barriere che presumendo di rafforzarlo finiscono invece per avvilirlo e renderlo sterile.

Ha dedicato buona parte delle sue pubblicazioni all’estetica del visivo, analizzandone le diverse sfaccettature in molteplici campi d’indagine (l’animazione giapponese, l’arte contemporanea, la contemporaneità vissuta dai giovani): quali sono i contesti di cui, in futuro, vorrebbe occuparsi?

Il verbo «vedere», spesso usato come sinonimo di «capire», «conoscere» o «intendere», ha un ruolo decisivo nella tradizione del pensiero europeo. Anche in Giappone, del resto, alcuni caratteri che alludono a quell’esperienza che noi traduciamo come «risveglio» o «illuminazione» recano alla radice il carattere del verbo «vedere». Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a interrogare, anche in chiave interculturale, la questione del visibile e dell’invisibile, come forma particolare della relazione tra identità e alterità, o tra immanenza e trascendenza. Il mio interesse di sempre nei confronti della pratica del disegno e della pittura, inoltre, mi ha inscritto in percorsi che avessero a che fare con l’interrogazione di ciò che cade sotto il senso della vista, emblematico (anche se non esaustivo) dell’esperienza estetica dell’essere umano. Ciò che vorrei continuare a interrogare è ancora la relazione all’alterità, provando a declinarla seguendo tre principali «piste» : alterità tra parola e cosa, tra intenzione ed opera d’arte, tra soggetto e sua esposizione al dolore, che incide nell’intimo la carne di ogni singolo. Spero  di poter mostrare, tra non molto, alcuni (provvisori) risultati di queste mie ricerche.

Il caffè filosofico, rispetto a una lezione o a una conferenza, è caratterizzato da un approccio completamente diverso al pubblico, che diviene parte-attiva, se non protagonista, della discussione. Ha già condotto incontri di questo tipo? Cosa ne pensa?

Nella pratica universitaria (e scolastica) esistono, anche se negli ultimi anni stentano a trovare spazi e tempi adeguati, forme di incontro seminariale che si accostano alla pratica della lezione tradizionale per rendere più partecipi e attivi studenti e ricercatori; per questo la modalità proposta dal caffè filosofico, che ne è una intelligente e piacevole variante, non è del tutto nuova per chi lavora da un po’ di tempo in quegli ambiti.

È sicuramente un modo per proporre certi temi alla riflessione e alla discussione che andrebbe valorizzato, accanto a quello della conferenza e non in totale antitesi o sostituzione; ritengo infatti necessarie entrambe le modalità, non tanto per una più completa informazione delle persone quanto, più propriamente, per una più profonda formazione. Ascolto e riflessione personale, da un lato, discussione e poli-logo dall’altro sono forme di comunicazione complementari e non reciprocamente esclusive.

Old water in the Grass, Shitao.
Old water in the Grass (1699), Shitao.

Lunedì 16 giugno ore 18.30 @ Teatro Franco Parenti

Caffè filosofico per il ciclo Di-pendenza-da

MARCELLO GHILARDI

Dipendenza dalle passioni e distacco dall’io

Informazioni e prenotazioni: 02.59995206

Teatro Franco Parenti, via Pier Lombardo 14, 20136 Milano

www.teatrofrancoparenti.it

 

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