«Accade nel teatro, ma è lo specchio di quel che accade nel paese»: intervista a Oliviero Ponte di Pino

Con questa intervista inauguriamo un percorso speciale sulla critica teatrale e letteraria che coinvolge alcune delle voci più interessanti del giornalismo milanese: in attesa d’impadronirci dei ferri del mestiere, rubiamo loro riflessioni, suggerimenti e curiosità sul lavoro che ci pare più affascinante di tutti, quello del critico di professione.

 L’ospite: Oliviero Ponte di Pino è un giornalista, studioso, saggista,  fondatore (nel 1998!) del sito www.olivieropdp.it – cui, nel 2001, ha affiancato www.ateatro.itwebzine di cultura teatrale, e artefice – insieme a Mimma Gallina e Franco D’Ippolito – delle Buone Pratiche del Teatro,  iniziativa che dal 2004 raccoglie a cadenza annuale operatori, politici, amministratori e studiosi per quelli che sono stati definiti «gli Stati Generali del teatro italiano».  Dice di sé: «Non sono mai stato un “critico di professione”, anche se ho sempre cercato di tenere vivo il mio spirito critico».

La redazione di «Chiamateci Sik-Sik» e Oliiviero Ponte di Pino
La redazione di «Chiamateci Sik-Sik» e Oliviero Ponte di Pino

Come ha iniziato a fare il critico e cosa l’ha spinta a continuare? C’è una figura significativa legata alla sua formazione cui è particolarmente affezionato?

Ho iniziato da giovanissimo: andavo spesso a teatro, e – sapendo che non avrei mai fatto l’attore né il regista – intuivo che mi sarei occupato di cultura, nel senso più ampio del termine. A diciott’anni mi sono iscritto al corso serale di Organizzazione e Critica della Civica Scuola d’Arte Drammatica di Milano: è qui che ho avuto come insegnanti, tra gli altri, Giorgio Guazzotti affiancato da Mimma Gallina, Ettore Capriolo e Maria Grazia Gregori, che mi ha presentato Franco Quadri. Sapevo benissimo chi fosse: conoscevo Sipario e il suo lavoro per Panorama, oltre ad aver letto i due volumi sull’avanguardia teatrale che aveva curato per Einaudi. Sono andato a lavorare per lui, e il primo compito è stato quello di occuparmi del suo archivio; poco dopo, attraverso Lea Vergine e Franco, ho mandato un articolo alla redazione de il Manifesto: me l’hanno pubblicato, e ho continuato a mandare articoli al giornale per più di vent’anni. Nel frattempo era nata la Ubulibri, e lì è iniziata una carriera editoriale che  mi ha portato a lavorare per Rizzoli e per Garzanti.

Nel contesto culturale degli anni Ottanta-Novanta, mi pareva che il ruolo del critico, così come lo si era inteso per decenni, stesse iniziando a cambiare: gli spazi sui quotidiani diminuivano a favore delle interviste e delle presentazioni, e agli esperti di teatro (e anche di cinema) venivano preferiti giornalisti  genericamente colti. Nel frattempo mi stavo accorgendo dello sviluppo del web, e ho capito che aprire un sito internet era economico e facile. Così ho deciso di raccogliere il mio archivio in uno spazio virtuale personale. Con questa finalità, nel 1998, è nato www.olivieropdp.it, un blog ante litteram, “preistorico”; alla fine del 2000, in seguito alle dimissioni di Mario Martone dalla direzione del Teatro di Roma, mi sono arrivate decine di mail di riflessioni sull’argomento, che ho poi condiviso online. Il blog era diventato una comunità. Così ho deciso di dar vita a qualcosa di nuovo: all’inizio del 2001 è andato oinline www.ateatro.it.  Il numero 0 e il numero 1 li ho praticamente curati da solo, ma per il numero 2, invece, non ho scritto una riga: sono arrivati, infatti, i primi contributi da parte dei nuovi collaboratori.

Oliviero Ponte di Pino
Oliviero Ponte di Pino

 

A proposito di ateatro.it: come è organizzato il lavoro di redazione?

Intorno alla redazione realtà si sono via via aggregate diverse persone, a cominciare da Anna Maria Monteverdi e Mimma Gallina. È una struttura aperta. Purtroppo non siamo mai riusciti a darci un vero e proprio assetto redazionale: facciamo tutti altri lavori e viviamo in città diverse, un elemento che impedisce di riunirci con facilità. Speriamo di darci un’organizzazione più stabile, anche grazie alla Associazione Culturale Ateatro che ha il compito di proseguire e rilanciare le attività del blog e delle Buone Pratiche del Teatro. Sulla webzine abbiamo fatto delle scelte: per esempio, non abbiamo mai pensato di poter seguire tutto, e ci occupiamo sempre meno di recensire spettacoli in scena – le recensioni sono sempre più numerose e ormai facilmente reperibili online – per concentrarci su altri piani d’approfondimento che tanti sottovalutano, come l’economia e la politica della cultura, ma anche la storia del nuovo teatro.

Ci dica la verità: nella scelta dei contenuti quanto si sente condizionato dai risultati monitorabili sul web?  

Zero al quoto! Ateatro.it non ha milioni di visualizzazioni al giorno, ci attestiamo su cifre piccole rispetto ai grandi portali. Il nostro obiettivo è piuttosto l’autorevolezza garantita dall’indipendenza. Il nostro pubblico è composto in parte dagli addetti ai lavori, nel senso più ampio, interessando i diversi elementi della filiera (artistico, organizzativo…). Un altro target di riferimento sono gli studenti. Anche per questo cerchiamo di documentare e approfondire la lezione del Maestri. Un’altra caratteristica che discende da qui è l’attenzione all’archivio, alla documentazione e alla costruzione della memoria. Ateatro è tra l’altro partner della Associazione Ubu per Franco Quadri nella realizzazione del repertorio degli spettacoli della stagione, indispensabile per il Premio Ubu: siamo gli unici a sapere quanti e quali sono le produzioni teatrali in Italia (ma il database è disponibile e ricercabile online). Grazie a queste caratteristiche, ho la certezza morale che tantissimi studenti e studiosi di teatro siano passati dal nostro portale…

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Lei è uno dei fondatori delle Buone Pratiche del Teatro, di cui quest’anno ricorre il decimo anniversario: con quali criteri definisce una pratica «buona» o «cattiva»?

Il concetto di Buona Pratica, sostanzialmente, indica un’esperienza innovativa, sostenibile e replicabile, che funziona perché può essere applicata altrove con successo. Abbiamo prestato attenzione anche alle pratiche di rete. In dieci anni abbiamo accolto, presentato e seguito circa 150 Buone Pratiche, senza arrogarci il diritto di stabilire quali fossero le pratiche “buone” o “cattive”, purché rispettassero i criteri formali appena accennati. Molte pratiche si sono rivelate buone, o addirittura ottime, alcune sono fallite, lasciando magari qualche seme prezioso. Nell’insieme, però, io e Mimma Gallina – che cura con me il progetto – siamo certi di aver dato stimoli e ispirazione a molti giovani.

Rispetto al lavoro di questi dieci anni, cosa cambierebbe e quali sono i nuovi obiettivi per il futuro?

Non è facile organizzare un appuntamento annuale che prevede una partecipazione numerosa e grandi quantità di idee, materiali e persone da coordinare. Abbiamo già iniziato a modificare qualcosa: il lavoro dello scorso anno, che ha ruotato attorno all’incontro di Firenze, è stato frammentato e dislocato su ambiti, tematiche e città differenti: il rapporto con l’Europa a Ravenna, la questione meridionale a Catania, il teatro pubblico a Milano, e a Mantova il teatro Ragazzi. Per il futuro, sono certo che cambieremo qualcosa: la formula dei cinque minuti a intervento ha funzionato, ma di fatto limita l’apertura al dibattito. Ci piacerebbe, nell’ambito di un confronto aperto, costruire forme di dialogo e approfondimento, senza scadere in dinamiche da talk-show.

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Teatri & Politica: in tanti anni di esperienza le sarà certamente capitato di dialogare con le istituzioni…

Quando l’ex ministro Massimo Bray ha emanato il decreto Valore e Cultura, la Associazione Culturale Ateatro ha organizzato in accordo e collaborazione con il Ministero e la partecipazione del Ministro l’incontro in cui sono state presentate le linee essenziali della riforma del settore, il 19 ottobre 2013 presso il Centro Congressi Fondazione Cariplo a Milano, A organizzarlo è stata dunque una piccolissima associazione culturale, guidata da due privati cittadini che non hanno alcun ruolo istituzionale e nessun potere, in grado però di garantire indipendenza e apertura alle nuove realtà del teatro italiano. Questa scelta ha irritato un’organizzazione come l’AGIS (la Confindustria dello spettacolo), che non ha gradito un’apertura che superava le forme canoniche di concertazione. Credo che un episodio del genere dimostri che esiste un grave problema di rappresentanza. Spesso chi fa parte del sistema finisce per arroccarsi nella difesa di privilegi e rendite di posizione, portando alla sclerosi del sistema. Con le Buone Pratiche, Mimma, io e qualche amico – senza alcun sostegno, pagando di tasca nostra – abbiamo cercato di dare spazio e voce a quello che stava accadendo nella società civile, comprese le turbolenze vitali che animano i margini del sistema, sperando nell’ascolto delle istituzioni e nel rinnovamento. Purtroppo è accaduto solo in misura molto limitata e in questi dieci anni, senza nuove energie e idee, il cuore del sistema è diventato uno scheletro vuoto. Emergono fenomeni interessanti (teatri giovani, compagnie nuove…) che però non sono riusciti a incidere sull’architettura complessiva del sistema, e oggi annaspano. Accade nel teatro, ma è lo specchio di quel che accade nel paese.

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