L’Amico Americano

di Andrea Sartori
di Andrea Sartori

Part II: A lezione di scrittura creativa…

Creative writing: uno dei corsi più curiosi – e invero cool – che l’accademia americana offre ai propri studenti graduate, ovvero con già in tasca un Bachelor of Arts. Da sempre negli Stati Uniti l’insolita disciplina porta lustro e denaro in università, pur collocandosi ai margini del protocollo accademico – o, forse, proprio per questo. Qui gli studenti non devono combattere quotidianamente con esami di varia entità e formato: hanno invece a disposizione quiz, test e post da pubblicare sulla blackboard online del corso seguito in aula, a ridosso della deadline fissata dall’instructor (solitamente la mezzanotte del giorno precedente la lezione). La divisione di scrittura creativa della Florida State University (FSU) adotta il modello del Writers’ Workshop inventato nel 1936 da Wilbur Schramm presso la Iowa University di Iowa City, che nonostante l’angustia del suo iniziale confinamento geografico – tra le sponde dei fiumi Mississippi e Missouri – è divenuto leggendario tra tutti gli scrittori e gli aspiranti scrittori d’America. Non è un caso che allo Iowa Writers’ Workshop abbiano insegnato John Cheever e Philip Roth, e che tra i suoi alumni figurino più di una quindicina di premi Pulitzer – tra i quali il recente Paul Harding (2010).

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Da sin. Roth, Cheever e Harding, alcuni dei grandi scrittori che hanno insegnato o partecipato ai corsi di scrittura creativa allo Iowa Writers’ Workshop

Ma cosa accade in un cantiere di scrittura creativa, nel cuore di un’università americana? La classe di scrittura di Florida State University si riunisce il giovedì sera per tre ore (come il primo workshop del 1936) al quarto piano del William’s Building. Non più di dieci graduate students, selezionati innanzitutto dalla loro motivazione: chi altri si rinchiuderebbe in una stanza dell’università dalle 18:45 alle 21:45, in un giorno che la popolazione di un qualsiasi campus considera la vigilia del weekend? Come nell’originario stile midwest, i dieci e il loro insegnante -scrittore e giornalista vincitore di un National Book Award (di cui non riveliamo il nome per motivi di privacy!) siedono attorno a un unico grande tavolo: due di loro sono ogni settimana sulla graticola, poiché pochi giorni prima hanno spedito i propri racconti a tutti gli altri studenti.

Ognuno di loro ha letto gli elaborati – short stories, mémoire, reportage… – ed è pronto a fare le pulci ai fortunati di turno, sotto la guida delle osservazioni critiche e delle domande del docente. La voce del narratore è coerente con quel che sappiamo di lui? Ci sono imprecisioni nello svolgimento della linea temporale degli eventi? I dialoghi sono plausibili o involontariamente comici? Le scelte lessicali sono meditate, hanno spessore emotivo, hanno senso quando vengono enunciate dai personaggi?

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Il grande tavolo attorno cui si riuniscono i partecipanti del corso di scrittura creativa

Un imperativo cui attenersi è evitare bullshits nel confronto con gli altri: vietato scadere nel complimento di maniera sul giro di frase riuscito bene, perché quel che occorre è piuttosto segnalare i punti in cui la scrittura perde di autenticità o scade nel cliché. Scrivere è una faccenda seria: a essere in gioco è la verità, afferma l’insegnante, regista della serata, che non di rado intervalla i lavori leggendo una poesia o il passo d’un racconto tratto da uno dei libri o delle riviste impilate alla sua destra (Harper’s, GQ, London Review of Books…). Di quale verità si tratti, a dirla tutta, non è dato saperlo, considerato che il National Book Award winner è un figlio spirituale di Graham Greene e John Le Carrè, un tipo da conspiracy theory, da trame sfuggenti e ad alto tasso di paranoia, come quella (per altro a suo modo fedelissima al reale) che riversò in un’inchiesta per il New York Times, l’anno in cui fu spedito in Kamchatka a indagare sui rapporti tra mafia russa e yakuza giapponese – c’erano di mezzo traffici illeciti di pesce con la Corea del Sud…

Al termine delle tre ore di lotta all’ultima parola, il bottino è prezioso: i due scribacchini tornano a casa con una decina di copie del loro scritto puntigliosamente annotate dagli altri, e il teacher ha formulato un giudizio e fornito indicazioni su come rifinire il pezzo. Non ci sono esami da passare, non c’è la compulsione del grading (l’atto di assegnare voti, una vera passione al di là dell’Atlantico).

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Il William’s Building, in cui ogni giovedì sera si riunisce la classe.

 Settimana dopo settimana, fino alla conclusione del primo giro di lettura, nasce però una piccola comunità: un gruppetto di sconosciuti, catapultati da altre città, da altri stati federali, se non da altri Paesi, diviene via via intimo, e non di rado le parole dell’uno – trasfigurate – diventano quelle dell’altro. Io, ad esempio, nel primo dei due racconti che la freelance di Rolling Stones spesso seduta al tavolo di fronte al mio ha inviato il mese scorso (When the insanity took hold), sono diventato un tipo guido-looking, un po’ italiano e un po’ proletario, una versione delicata del coatto, che bazzica i ferryboat tra State Island e New York.

Andrea Sartori

Tallahassee, 12 marzo 2014.

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