«Filosofia della fotografia»: intervista a Maurizio Guerri.

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di Livio Giuliano

Martedì 4 Febbraio, al Teatro Franco Parenti, il fotografo Ferdinando Scianna e lo storico dell’arte Arturo Carlo Quintavalle interverranno per la presentazione del libro Filosofia della Fotografia (Cortina Editore). In occasione dell’evento, abbiamo incontrato Maurizio Guerri, curatore dell’opera insieme a Francesco Parisi.

Un momento dell'incontro con Maurizio Guerri
Un momento dell’incontro con Maurizio Guerri

Come è nata l’iniziativa di curare un’antologia di testi filosofici sulla fotografia? Cosa ci rivelano i filosofi quando riflettono sulla fotografia?

 La fotografia è un medium ormai vecchio, sorpassato dalle nuove tecnologie che consentono di ottenere immagini in maniera più precisa rispetto a quanto accadeva ai primordi con le lastre fotografiche. Tuttavia, allo stesso tempo, rappresenta un medium archetipico, poiché gran parte degli strumenti che usiamo oggi sono sue metamorfosi. Bisogna intendere la macchina fotografica come un dispositivo, qualcosa che porta con sé delle pratiche, un modo di vivere, di guardare il mondo, di atteggiarsi: con la fotografia nacquero dei comportamenti che ancora oggi continuano a caratterizzare il modo in cui viviamo e, sebbene con il digitale e i telefonini rappresentino un’evoluzione, il nostro sguardo sulla realtà, il rapporto tra uomo e mondo, è mediato dall’obiettivo fotografico. Con quest’antologia vogliamo raccogliere testi classici di riflessione sulla fotografia ma anche autori meno noti oppure del tutto nuovi, mai pubblicati in Italia.

© Spencer Platt, USA, Getty ImagesWorld Press Photo of the Year 2006
Spencer Platt, World Press Photo of the Year 2006: Beirut sud bombardata durante la guerra in Libano (2006).

«Genealogia dello sguardo fotografico», appare scritto nell’indice: cosa s’intende con quest’espressione?

In questo testo abbiamo cercato di non pensare allo strumento fotografico come lo s’intende solitamente, cioè un oggetto neutro di cui disporre a nostro piacimento. Abbiamo la tendenza a pensare gli strumenti tecnologici come attrezzature di cui disponiamo secondo la nostra volontà – macchina fotografica compresa – senza pensare che spesso sono questi media che ci utilizzano, che cambiano il nostro modo di vivere. Ad esempio, sulla scorta di questo pensiero crediamo che la macchina fotografica sia una sorta di perfezionamento della camera oscura. Se leggiamo le pagine della Diottrica di Cartesio, capiamo che il tipo di soggetto conoscente, l’idea di conoscenza e lo sguardo dell’uomo che usa la camera oscura è differente dallo sguardo dell’uomo fotografico. Se non ragioniamo genealogicamente, tendiamo a uniformare questi due strumenti e a vedere nella macchina fotografica un’evoluzione della camera oscura.

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Chuck Close, Self-Portrait, 1968. Collezione Walker Art Center, Minneapolis, Art Center Acquisition Fund.

Nell’opinione di Baudrillard, la fotografia è più interessante della realtà perché stimola visioni. Si potrebbe forse dire che l’immagine fotografica condivide questa condizione con altri media come cinema, musica…

Baudrillard è un grande fenomenologo della disillusione e dell’iperrealtà. Per lui, la fotografia ha quel potere di illudere che non caratterizza, invece, la musica e le modalità di produzione di immagini in movimento, poiché queste ultime tendono a distogliere l’uomo dalla possibilità di incantamento e immaginazione che gli consentono di operare, agire e pensare liberamente. Egli fa riferimento a questa sorta di possibilità auratica propria della fotografia. Posizione singolare, giacché all’inizio di questa storia Walter Benjamin associa alla fotografia la disintegrazione del rapporto auratico con le opere d’arte. Baudrillard sottolinea la dimensione arcaica di questo medium in un mondo in continuo movimento e nella frammentazione del digitale la fotografia analogica porterebbe con sé una dimensione simbolica, magica.

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Jean Baudrillard, Saint Clement (1987)

La diffusione della fotografia, resa possibile dal digitale, sembra aver cambiato qualcosa nella gestione delle informazioni, della comunicazione e quindi anche dei rapporti umani. Secondo Fred Ritchin il messaggio viene persino arricchito, poiché sono nate nuove possibilità di rappresentazione. In una linea completamente diversa si colloca Claudio Marra, che non riscontra elementi rivoluzionari in questo progresso. Lei cosa ne pensa?

Questi autori sono espressione di una polarizzazione che caratterizza la riflessione contemporanea sul digitale. Alcuni vedono nel digitale una rivoluzione, una cesura rispetto al tipo di sguardo e al tipo di conoscenze e pratiche che la fotografia analogica portava con sé. Tra questi sicuramente c’è Fred Ritchin: egli è attento alle nuove forme di ritualizzazione legate al digitale che a suo avviso modificano rispetto al passato il rapporto visivo, ottico dell’uomo con la realtà. Diversamente, Claudio Marra pensa che la rivoluzione digitale sia una falsa rivoluzione, poiché il tipo di relazione conoscitiva e pratica che l’uomo instaura con il mondo nella sua essenza non muta. Queste due posizioni sono abbastanza significative per circoscrivere il dibattito contemporaneo. Chi, come Ritchin, sottolinea la cesura, nota che, mentre nell’analogico la fotografia rimane una sorta di impronta, impressione del mondo esterno sulla lastra, con il digitale invece il linguaggio binario costituisce un ulteriore allontanamento, un ulteriore filtro tra l’oggetto esterno e il soggetto conoscente. Io credo che non sia importante capire quale posizione sia più o meno interessante, poiché ambedue hanno il merito di mettere in luce molteplici aspetti del rapporto che abbiamo con le protesi digitali. Il nostro compito, invece, deve essere quello di divenire il più possibile consapevoli del modo col quale ci rapportiamo alla realtà tramite la fotografia.

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Francesco Scianna, Marpessa, Caltagirone (1987)

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