Valore e cultura: la parola al Ministro

di Maria Beatrice Moia e Giuseppe Paternò di Raddusa

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Ci troviamo, pare, sull’orlo di una sostanziale riforma del sistema teatrale italiano: è notizia certa, a tutti quelli che gravitano intorno al fragile settore dello spettacolo, l’approvazione del decreto Valore e Cultura sostenuto dal ministro per i Beni e le attività culturali, Massimo Bray. Per chi non lo sapesse tale provvedimento, definito decreto-legge 91/2012 e approvato in via definitiva dalla Camera in data 3 ottobre 2013, «reca disposizioni per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale italiano […] nonché per il rilancio del cinema, delle attività musicali e dello spettacolo dal vivo […]». Nello specifico, per quanto riguarda il teatro, il d.l. prevede una riformulazione dei criteri per l’erogazione dei contributi, con una clausola secca e decisiva: i suddetti contributi dovranno essere distribuiti entro 90 giorni dalla conversione in legge, con effetto dal 1 gennaio 2014.  E con l’avvicinarsi di questa data sorgono i primi dubbi: quali sono i criteri con i quali si metteranno in circolo questi fondi?

La questione è al centro dell’iniziativa Valore cultura. Dal decreto legge ai decreti attuativi organizzata da Oliviero Ponte di Pino e Mimma Gallina per l’associazione Ateatro – di cui sono fondatori – nell’ambito di un’edizione straordinaria de Le buone pratiche del teatro, in collaborazione e presso la Fondazione Cariplo, lo scorso sabato 19 ottobre. Un vero e proprio dibattito aperto alla cittadinanza, nel corso del quale il ministro Massimo Bray e Salvatore Nastasi, responsabile della Direzione Generale per lo Spettacolo dal Vivo,  raccolgono l’esigenza posta da Ateatro di chiarimento e confronto su un tema così vitale per la comunità teatrale. I lavori si aprono con le domande di Ponte di Pino e Gallina, che arrivano subito al nocciolo della questione ponendo al ministro una rapida serie di domande sull’assenza di indicazioni relative al FUS (Fondo Unico Spettacolo) e, soprattutto, incalzando sui criteri di distribuzione dei contributi, ovvero: importanza culturale della produzione svolta, livelli quantitativi, indici di affluenza del pubblico e regolarità gestionale, radicalmente diversi rispetto a quelli del d.l. 2007, che secondo Mimma Gallina favorivano la qualità sulla quantità. Bray replica ponendo l’accento sull’importanza nel formulare un decreto in tempi di assoluta emergenza: «c’è bisogno d’ascolto e di risposte adeguate», afferma, e attacca leggi quarantennali colpevoli di aver coinvolto ministri e circolari ministeriali dentro una spirale di distribuzione dei crediti poco trasparente e immobilizzata.  Risponde alle domande dei due moderatori evidenziando le scelte fondamentali nello svolgimento del suo lavoro: triennalità per garantire più scioltezza nei lavori, innovazione (per evitare procedimenti burocratici obsoleti) e regime rigoroso sui controlli. Definisce cosa intende per “affluenza di pubblico” (parametro base per l’erogazione dei fondi), insistendo sul rapporto tra teatri e attese degli spettatori, e rivela che sì, presto assisteremo al reintegro del FUS. Con un’attenzione particolare per i nuovi talenti: il decreto prevede infatti fondi sostanziosi per la formazione di giovani sotto i trentacinque anni, finalizzato alla costituzione di un modello esportabile, di stampo europeo.

È ancora troppo presto, per ragionare a fondo sulle scelte del ministro.  Due elementi, tuttavia, appaiono evidenti: il primo è la quasi catastrofica condizione nella quale versa il sistema culturale e teatrale italiano oggi – e spiace arrivare in sala, scoprendo la quasi fondamentale assenza della comunità teatrale milanese – come fa notare Andrée Ruth Shammah durante il suo intervento («Dov’è il teatro milanese?»). La seconda è la dedizione con la quale Bray vorrebbe lavorare sugli errori del passato, per generare un complesso di metodologie in grado di porre la cultura in un circuito formativo e competitivo riservando spazi sempre maggiori ai più giovani. Quello che ci colpisce di più, però, è l’assoluta perizia formale con la quale il ministro affronta i suoi interlocutori: è educato, sereno. Incassa le critiche e va avanti, raffinato anche a livello lessicale: dalla sua bocca non giungono mai il termine “tagli“ e campo semantico annesso, che spesso accompagnano conferenze e concioni riguardanti i medesimi ambiti. Preferisce insistere, semmai, sul concetto di ridistribuzione dei fondi, sul rimescolarsi degli elementi. Glissando sulle promesse da politico di (mala)razza, lavora di sottrazione; se tutto questo da un lato è molto elegante, dall’altro si avvicina pericolosamente in zona nebulosità. Caro Ministro, quali risposte avremo?

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