Giocando con Amleto

di Eleonora Tosco (1985), giornalista, laureata in Filologia Moderna presso l’Università Cattolica di Milano

 

In scena due investigatori sulle tracce di un delitto in un teatro abbandonato. Ognuno con uno stile, ricalcano le immagini di uno Watson metodico e di uno Sherlock Holmes un po’ più indagatore delle prove meno tangibili. Il caso da risolvere è quello della morte di un ragazzino, sparito qui dopo aver messo in scena l’Amleto. Il metodico Watson è alla ricerca del furfante che gioca a fare il fantasma dell’opera, Sherlock crede invece che si tratti davvero di uno spirito. Mentre la coppia comica indaga lo spazio scenico alla ricerca di risposte, come spettatori che abbattono la quarta parete per tentare di spiegare con analisi deduttive il gran segreto del teatro, ecco che, al citare dei versi del celebre monologo del principe di Danimarca, qualcosa accade: il teatro si anima o qualcuno lo anima? Sherlock rivela al collega di avere con sé il diario di questo giovane Amleto e sostiene la tesi del suicidio perché nelle pagine si legge il desiderio di una vita nell’aldilà, un’eterna dicotomia tra essere e non essere, dove il provetto fantasma avrebbe scelto di nutrirsi di mais e uova. Così, ai versi citati dal novello Sherlock, ecco arrivare dall’alto un uovo con tanto di data di scadenza, che di metafisico ha dunque ben poco… eppure, quando i due arrivano a comprendere la dinamica dell’accaduto, con un ragionamento deduttivo e logico, si svela l’incomprensibile ai loro occhi. Il ragazzo, che loro credono abbia scelto di “non essere”, rifugiato nello spazio scenico, appare tra i due restando invisibile ai loro occhi. Lo spettacolo è brillante, ritmato. La coppia Musella – Mazzarelli in scena strappa un sorriso e lascia una riflessione: il dilemma umano resta incomprensibile a chi, straniero all’animo dell’Amleto di turno, cerca di indagarne la complessità. E la dimora dell’animo, realtà non indagabile scientificamente, è sempre il teatro.

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