Dilatare il significato di Amleto per la contemporaneità

di Pia Colombo (1984), dottoranda in Lingue e letterature straniere presso l’ Università Cattolica di Milano

Intervista al regista Andrea Baracco

Shakespeare è una vostra vecchia conoscenza. Cosa motiva dei giovani come voi a cimentarsi continuamente con il suo teatro?

La sua attualità. Shakespeare è un autore di una contemporaneità assoluta, più di molta drammaturgia moderna. La filosofia dell’umano che traspare dai suoi testi lo rende nostro contemporaneo. Nelle sue opere esplora le tensioni dell’uomo con la natura, con eventi sovrannaturali, con l’altro. Sono situazioni e dinamiche sempre attuali, al di là del tempo e dello spazio. Ovviamente, sta poi al nostro lavoro riuscire a renderne l’opera fruibile per il presente; semplificarla senza banalizzarla.

Ovvero?

Cimentarsi con un classico è cercare la contemporaneità nella drammaturgia classica. È trarne quello che ancora oggi ci può dire. Dal punto di vista teatrale lavorare su Shakespeare è sempre molto duro. Sembra sempre che la parola shakespeariana, le sue immagini e metafore, schiaccino ogni ipotesi di realizzazione. Shakespeare richiede tempi molto vasti: da un lato perché la sua drammaturgia ha un carattere largo e diffuso, dall’altro per la profondità dei significati racchiusi nell’opera. Il nostro è un teatro di recitazione e di attori. Per riuscire a dare materia a Shakespeare ne prendiamo le situazioni, le scene, le sequenze, i personaggi e “dilatiamo”, cioè cerchiamo di analizzare il tutto in vista dell’evento teatrale finale.

Dopo la crisi politica in Giulio Cesare, è la volta della crisi della ragione in Amleto; quali parti del testo “dilaterete” nello studio che presentate a TFADDAL?

Giulio Cesare e Amleto sono testi diversi, ma hanno in comune le dimensioni del fallimento e della crisi. Come spiega il sottotitolo, in questo primo studio sull’opera cerchiamo di capire dove e quando i personaggi di Amleto commettono gli errori che segnano il precipitare della loro esistenza; investighiamo in cosa consista il famoso “marcio in Danimarca”. Per farlo ci siamo concentrati sulla parte il cui cuore è la preghiera fallita di Claudio, dove si vede il rapporto di ciascun personaggio con sé stesso e soprattutto con l’Altro, con il Cielo. È interessante, perché oltre al re che non riesce a pregare e si ferma quando non gli risponde nessuno si vedono altri atti di impotenza: Gertrude non riesce a specchiarsi, a guardare al marcio che sta in lei; Amleto non riesce a uccidere lo zio quando lo vede pregare. Mentre sta per farlo, una sua battuta è illuminante; si ferma e dice “Calma, analizziamo”. Qui si vede come il suo pensiero rallenti il procedere dell’azione. In questo punto del testo i tre personaggi si ritrovano impantanati proprio perché non credono ma pensano; il loro pensiero li blocca, diventano vittime del silenzio.

AMLETO O DEI PASSIFALSI DELLA RAGIONE
in scena
martedì 14, mercoledì 15 e giovedì 16 maggio

a cura Andrea Baracco
con Giandomenico Cupaiuolo ed Ersilia Lombardo
produzione 369 Gradi
in collaborazione con Teatro Sociale di Gualtieri

http://www.teatrofrancoparenti.it/?p=informazioni-spettacolo&i=705

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