Il primo giorno di Tfaddal: si sperimenta, si inventa

di Maria Teresa Santaguida, laureata in Scienze dell’Antichità all’Università Cattolica di Milano. 

 

Mentre Gioele Dix, Fabrizio Gifuni, Massimilano Verga e altri vecchi amici del Teatro si aggirano nel foyer a mezz’ora dall’inizio degli spettacoli, il centro della sala è occupato da una strana cosa coperta di plastica nera.
Gli organizzatori, le maschere, gli attori sono concentrati, il pubblico è in attesa.
Si apre il sipario su Tfaddal, festival di nuove generazioni per tutte le generazioni su una tragedia sempre moderna, Amleto. HamletTravestie è quello di Punta Corsara, e ci porta a Napoli in una famiglia di venditori ambulanti affogata tra i debiti e le depressioni del giovane Amleto. Entrato nella parte di se stesso dopo aver letto la tragedia viene curato dalla famiglia attraverso la farsa: libro e realtà si fondono per annullarsi. Poi la plastica nera lascia il posto all’enorme orecchio al centro della sala: è il secondo spettacolo ed è il Primostudio sulla tragedia di Amleto di Opera, in cui vista, udito, tatto vengono travolti. Sara Chiappori e Claudia Cannella intervistano le due compagnie: risponde Emanuele e spiega il coraggio di far incontrare la tradizione napoletanacon il grande dramma europeo: da Shakespeare a Molière. Vincenzo, di Opera, spiega poi una ricerca artistica fatta di contaminazioni, una ricerca work in progress. Ma Amleto è anche una favola da raccontare ad un bambino, bravissimo quello in scena in Amleto della buonanotte di Teatrodilina Colella/Lagi. Si finisce con il teatro-danza di Zerogrammi, e una pietra che esce dalla scarpa del protagonista e rimane sul palcoscenico, quel “sassolino nella scarpa”, rappresentazione plastica di tutto il magma che Amleto si porta dentro. Il sipario si chiude e sembra di aver guardato la tragedia attraverso un vetro smussato: deformata, attraversata da luci e suoni, ma in fondo completa e sempre unica.

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